reading, writing

Mese: febbraio, 2016

SORPRENDITI (DOVERI E VOLERI)

Parla e apri la mente, dovresti farlo tutte le volte.
Continua ad esplorare, a cercare e trovare.
Sai che dovresti sorprenderti.

Parla senza macchia o senza dar peso ai dubbi che dovrebbero abbracciare il tuo cuore,
la calma e il caos della tua anima.

Prendi una penna e scrivilo, disegna qualcosa che non può essere trovato
e impara a camminare di nuovo, in qualche modo.

Amore, se solo sapessi le volte che il treno ha fregato anche a me
e mi ha portato via da un posto che conoscevo.
Questo mi aiuta a sorprendermi.
S
ai che tu puoi sorprenderti, quindi lascia perdere tutto e sorprenditi.

Jack Garratt

Dovrei scrivere che fuori piove ma sarei ripetitivo e monotono, quindi dico che fuori diluvia che Dio la manda così per cambiare un po’.
Vorrei capire se a sentirmi strano sono solo io o il mondo intero, ché questo periodo pare essere un mezzo disastro per quasi tutti, una sorta di buco nero che come diceva Freccia alla radio Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n’ roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Vorrei guardare il calendario su google e sorprendermi di vederlo vuoto o con due, tre appuntamenti colorati in totale, e non due, tre, quattro, cinque, sei ogni giorno.
Dovremmo avere il tempo di pensare che c’è troppo tempo da riempire e sorprenderci di non essere in grado di pensare a come riempirlo; lasciare a casa i pensieri, chi ci vuole male e ci riempie la vita di negatività e uscire sbattendo la porta liberandoci dei casini, come fanno nei film.
Dovreste avere un weekend da investire in relax e visite culturali, a godervi un tè caldo sul divano in silenzio e poi dormire in due a letto incastrati come mattoni da tetris.
Dovreste svegliarvi tra le lenzuola spiegazzate, anche se erano state stirate appena ieri, accorgervi che fuori sta piovendo e non dover dire «Vorrei restare ma devo andare» sbuffando e cadendo ancora una volta indietro sul cuscino.
Dovreste avere il tempo da investire sull’amore e non un amore da investire in tempo come un fondo pensione ché è per il futuro o in tangenziale, che crea chilometri di code ed è fatale per qualcuno.
Vorrei trovare il tempo in cui baciarsi era clandestino e si finiva a nascondersi anche sotto al tavolo in cucina come i bambini che giocano a fare i grandi e scappano dai grandi che litigano come i bambini.
Vorrei qualcuno che mi dica di esprimere un desiderio e sia testimone che la candelina dei miei ventotto anni l’ho spenta e spezzata davvero, mentre stringevo il mio pensiero felice.
Dovremmo avere sempre qualcuno incuriosito che ci chieda
«Che desiderio hai espresso?»
e noi fregandocene delle superstizioni rispondere immediatamente
«Tu».
Se dovessimo essere quelli che si fanno domande vorrei che fosse tutto un
«Mi vuoi? Ma quanto mi vuoi?» come nella pubblicità del telefono, quando non ci preoccupavamo di dover pagare le bollette.
E se dovessi esprimere qualcosa, tra la rabbia e la delusione dei giorni difficili che non ci meritiamo, è sapere di essere amato come quando non era possibile e ci si amava comunque.

Soundtrack: Jack Garratt – Surprise Yourself

kiss in kitchen

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TRA LO SHOW E LA PARTE NASCOSTA DEL MONDO

E io dovrei comprendere se tu da un po’ non mi vuoi. Non avrei mai capito te ma da capire cosa c’è.
Dovrei tornare a casa e poi, se il fiato ce la fa, parlarti del mio mondo fuori, dei miei pensieri, poi scoprire che vuoi dormire, che non mi senti più.
Son quello che respira piano per non svegliare te, che nel silenzio fu felice di aspettare che il tuo gioco diventasse amore, che una donna diventassi tu.
Noi due nel mondo e nell’anima, la verità siamo noi. Basta così e guardami, chi sono io tu lo sai.

Pooh

Spesso ci si chiede cosa c’è dall’altra parte della barricata, dietro il filo che separa la zona del palco in luce con quella totalmente in ombra, la parte fuori dal campo di ripresa delle telecamere dove sembra non esistere un ordine reale delle cose e delle persone.
Lo chiamano backstage. Il dietro le quinte. È il luogo in cui vivo. Il luogo in cui non ci si siede mai, perché non ci sono sedie per rilassarsi, il luogo in cui ogni centimetro quadrato è vitale per avere sotto controllo tutta la situazione, in cui ogni rumore è deleterio perché può disturbare lo show e gli unici che ne hanno il permesso sono i click dei fotografi che scattano come se sparassero ad una fucilazione di massa. È il posto in cui se devi spostarti da un punto all’altro devi correre, perché vuol dire che c’è un problema da risolvere in tempo zero, il posto in cui se sei stanco puoi al massimo inginocchiarti, come un ricevitore sul campo di baseball, ma senza mai perdere di vista la palla e il battitore che corre per conquistare le basi e fare punto.
Al di là di questo strano campo da gioco, poi, c’è il pubblico. Il regalo che speri di ricevere anche quando lavori senza sosta con la febbre addosso e le gambe che cedono. L’unica vera carica che ci tiene in piedi. Se facciamo tutto questo è perché questo regalo ci fa stare meglio, se lo spettacolo è la linfa vitale di questa pianta che cresce, il pubblico, al di là del palco, ne è l’impianto di irrigazione continua.
Sono passati sette giorni dalla fine del festivàl, e guardando questa foto mi torna tutto in mente, anche la febbre.
Me ne stavo lì, in centro, con i Pooh (tutti i Pooh) di fronte, con una mano davanti alla bocca a far segni verso la regia, gli auricolari fissi nelle orecchie e il filo penzolante inserito nei miei ricevitori attaccati ai pantaloni, con un piede in luce e l’altro in ombra.
A cavallo tra lo show e la parte nascosta del mondo.

Soundtrack: Pooh – Noi Due Nel Mondo e Nell’Anima

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