reading, writing

Categoria: poetry

SORPRENDITI (DOVERI E VOLERI)

Parla e apri la mente, dovresti farlo tutte le volte.
Continua ad esplorare, a cercare e trovare.
Sai che dovresti sorprenderti.

Parla senza macchia o senza dar peso ai dubbi che dovrebbero abbracciare il tuo cuore,
la calma e il caos della tua anima.

Prendi una penna e scrivilo, disegna qualcosa che non può essere trovato
e impara a camminare di nuovo, in qualche modo.

Amore, se solo sapessi le volte che il treno ha fregato anche a me
e mi ha portato via da un posto che conoscevo.
Questo mi aiuta a sorprendermi.
S
ai che tu puoi sorprenderti, quindi lascia perdere tutto e sorprenditi.

Jack Garratt

Dovrei scrivere che fuori piove ma sarei ripetitivo e monotono, quindi dico che fuori diluvia che Dio la manda così per cambiare un po’.
Vorrei capire se a sentirmi strano sono solo io o il mondo intero, ché questo periodo pare essere un mezzo disastro per quasi tutti, una sorta di buco nero che come diceva Freccia alla radio Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n’ roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Vorrei guardare il calendario su google e sorprendermi di vederlo vuoto o con due, tre appuntamenti colorati in totale, e non due, tre, quattro, cinque, sei ogni giorno.
Dovremmo avere il tempo di pensare che c’è troppo tempo da riempire e sorprenderci di non essere in grado di pensare a come riempirlo; lasciare a casa i pensieri, chi ci vuole male e ci riempie la vita di negatività e uscire sbattendo la porta liberandoci dei casini, come fanno nei film.
Dovreste avere un weekend da investire in relax e visite culturali, a godervi un tè caldo sul divano in silenzio e poi dormire in due a letto incastrati come mattoni da tetris.
Dovreste svegliarvi tra le lenzuola spiegazzate, anche se erano state stirate appena ieri, accorgervi che fuori sta piovendo e non dover dire «Vorrei restare ma devo andare» sbuffando e cadendo ancora una volta indietro sul cuscino.
Dovreste avere il tempo da investire sull’amore e non un amore da investire in tempo come un fondo pensione ché è per il futuro o in tangenziale, che crea chilometri di code ed è fatale per qualcuno.
Vorrei trovare il tempo in cui baciarsi era clandestino e si finiva a nascondersi anche sotto al tavolo in cucina come i bambini che giocano a fare i grandi e scappano dai grandi che litigano come i bambini.
Vorrei qualcuno che mi dica di esprimere un desiderio e sia testimone che la candelina dei miei ventotto anni l’ho spenta e spezzata davvero, mentre stringevo il mio pensiero felice.
Dovremmo avere sempre qualcuno incuriosito che ci chieda
«Che desiderio hai espresso?»
e noi fregandocene delle superstizioni rispondere immediatamente
«Tu».
Se dovessimo essere quelli che si fanno domande vorrei che fosse tutto un
«Mi vuoi? Ma quanto mi vuoi?» come nella pubblicità del telefono, quando non ci preoccupavamo di dover pagare le bollette.
E se dovessi esprimere qualcosa, tra la rabbia e la delusione dei giorni difficili che non ci meritiamo, è sapere di essere amato come quando non era possibile e ci si amava comunque.

Soundtrack: Jack Garratt – Surprise Yourself

kiss in kitchen

IL CIELO SUL PONTILE

Esco, faccio due passi – penso – che di solito mi fa bene quando sono fuori casa: svuoto la testa, brucio calorie, libero e raccolgo i pensieri ribelli.
Quest’estate è strana, ma è comunque nomade, almeno per me che finisce che non me ne sto mai fermo, prendo e parto anche per un giorno solo. Faccio serata con i colleghi, non dormo, salgo su un treno di prima mattina e vengo a Jesolo a montare una console, accertarmi che funzioni, fare un collegamento e tornare a Milano ché anche ad agosto c’è bisogno dei supereroi che salvano il mondo.
Esco dall’hotel dalla parte del mare: questa passerella sul retro mi ha sempre affascinato, a due passi dalla spiaggia come casa mia lontana, in Sicilia.
Imbocco il lungomare piastrellato da motivi sinusoidali e mi sembra, come tutte le volte, di ritrovarmi sul sentiero dorato che porta al palazzo del mago, nel regno di Oz. Mi balenano in mente Judy Garland, lo spaventapasseri, il leone, Uomo-di-latta, i tacchetti rossi e Somewhere over the rainbow.
Rallento, guardo la spiaggia, gli ombrelloni sono tutti chiusi con il loro cappuccio colorato in testa, sono arrivato che anche qui è stato brutto tempo. La spiaggia è deserta, il cielo ancora carico di nuvole semi-scure, il mare ha un colore tipo acciaio che non mi mette serenità. Per niente.
Combattuto, affaticato, spezzato, come il rumore del trattore che mi passa a pochi metri per lisciare la sabbia prima che tramonti il sole. Sono io.
Guardo in alto, il mare porta con sé sempre quel fascino del vuoto, incazzato e idilliaco allo stesso tempo, che mi spinge a sollevare lo sguardo sopra la linea di orizzonte e concentrarmi sul cielo, tornare a considerarlo, dargli una parte importante in tutto questo.
Tocco la tasca dei jeans che nasconde il telefono, infilo due dita e lo tiro fuori: guardo l’ora. Sblocco. Apro la fotocamera. Inquadro. In alto, poi in mezzo, poi in basso. Non mi convince. Scendo in spiaggia. Mi avvio verso il pontile, lo stesso delle notti a guardare il faro e la luna dell’anno scorso e ridere di cose stupide e romantiche quasi fino all’alba. Una coppia gioca a racchettoni poco distante, sul bagnasciuga. La borsa di stoffa a righe colorate di lei è abbandonata sulle prime tavole di legno che si staccano dalla sabbia.
Continuo dritto, la scanso e la supero, ancora tre passi, un cartello davanti ai miei piedi mi ferma, dice che è rischioso proseguire ché il pontile è pericolante.
Lo calpesto, strafottente, avanzo di qualche metro. Mi inginocchio. Guardo attraverso la lente. Scatto. Ancora. E ancora. Poi mi alzo e torno indietro.
Proseguo per il sentiero fino al chiosco di amici che continuano a fare il gioco di chi è più veloce ad urlare «oggi offro io!» ogni volta che mi vedono apparire. Sorrido rumorosamente, mi avvicino e mi siedo sullo sgabello bianco più comodo, che è il mio, metto un biglietto sul bancone e offro io, a sto giro.
«Ciao cattivo ragazzo! – esclama la ragazza coi capelli legati alti e gli occhi da cerbiatto, mentre prepara due cocktail – Bentornato!» e accenna a uno sguardo furbo e fulmineo. Uno dei suoi. La ragazzina bionda, invece, la cameriera nuova dell’anno scorso, dietro di lei, mi fissa e sorride, muta, come se avesse visto un fantasma dopo mesi.
Freddiamo i bicchieri con l’acqua ghiacciata, ridendo ch’è giorno di festa ogni volta che ritorno qui, spilliamo la bavarese e brindiamo a un’altra estate, anche se quella di quest’anno non arriva ancora. Ricordiamo insieme ch’era degli stessi colori, il cielo, il giorno in cui lasciai Jesolo l’anno scorso. Forse un cielo triste, forse un cielo di cambiamento. Poi inizio a sorseggiare, alzo la testa e affogo nella birra, mentre ascolto in silenzio la poesia delle onde.

Seduta sul molo mi lascio cullare dalla brezza marina e dall’infrangersi delle onde sulla scogliera.
Ormai il tramonto ha inghiottito anche gli ultimi raggi di sole e lì, sola sul molo insieme ai miei pensieri, guardo l’immensa distesa del mare come se cercassi quelle risposte che io non riesco a trovare.
Soltanto i gabbiani accompagnano i miei pensieri poiché liberi di volare scrutano da parte mia se dalle profondità del mare è in arrivo una qualche risposta.
Tutto tace, tutto è silenzio e quando la schiuma delle onde lambisce il molo capisco che è ora di andare,
tornerò la mattina seguente.

Silvia Grandi

Soundtrack: Editors – Camera

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PEPSI

Bevo Pepsi dopo tre birre.
Mi alzo. Mi siedo. Mi rialzo. Cammino. Giro attorno al tavolo. E ancora. E ancora. Ancora. Mi fermo. Mi appoggio. Trattengo il respiro. Mi siedo. Prendo un libro e lo apro senza nemmeno dar retta all’immagine di copertina. La copertina è rossa. Le pagine sono bianche. Bianche col nero delle parole scritte piccole che tra qualche anno forse non le vedo più.
Bevo Pepsi. Pepsi in lattina. Le birre, quelle di prima, erano alla spina.
Suono una scala al pianoforte. Salgo. Scendo. Risalgo veloce. Riscendo velocissimo. Dita dopo dita. Passo sopra col medio. Ancora dita. E dita dopo dita. Bianco. Nero. Bianco. Bianco. Nero. Bianco. Stecco. Entra lei, strana, in mezzo alle due note perfette.
Blues. Questo è blues. Dissonanze, sapori, mi infilo dove per tutti gli altri non c’è spazio.
Inizia a piovere. Lento. Poi forte. Poi fortissimo. Lo sento dal di qua della finestra. Però piove al di là della finestra.
Lei. C’è lei in mezzo alle mie cose. Lei non la pioggia ma fa rumore uguale, prima lenta poi forte e fortissimo.
Lei. La nota stonata in una scala monotona che la rende perfetta. La pioggia che spezza l’afa di un giornata. Bollicine dolci dopo la schiuma e l’amaro dell’ultima doppio malto. Faccio pensieri insoliti. Mastico desideri. Gioco su e giù con la linguetta della lattina.
Bevo Pepsi dopo tre birre. E canto amore alle persiane.

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DUEDINOTTE

Ehi tu. Dormi?
Aveva velocemente scritto sul cellulare non curante degli eventuali errori grammaticali dovuti alle ore piccole.
Era rimasto a fissare il display per tutti e tre i piani di scale, mentre saliva, verso casa.
Sì. Dormi, tu. Io mi infilo adesso a letto. Tranquilla, non faccio rumore. Aveva fatto appena a digitarle, queste parole, senz’ancora premere invio sulla tastiera, mentre con l’altra mano si sfilava il moschettone con appese le chiavi da un passante dei jeans, le faceva passare tra le dita, come fosse un giocoliere, e poi afferrava quella giusta, la direzionava e la infilava nella stoppa.
Accompagnò i due giri e aprì la porta di legno verso l’interno. Si trascinò in sala mentre si sfilava il giacchetto di pelle e la felpa di Gap. Lasciò tutto su una sedia, afferrò i lacci delle scarpe e tirò senza pietà, le sfilò con una mano piegandosi in avanti e con l’altra allentava la cintura dei pantaloni, che già scivolavano sul pavimento.
Ancora in calzini andò in bagno, prese lo spazzolino e si lavò i denti, si guardò in faccia ed esclamò «ma quanto sei brutto!» guardandosi le occhiaie allo specchio. Raccattò la maglietta lasciata vicino all’asciugamano al mattino precedente e tornò di là, mentre la indossava, alla cieca e anche un po’ alla rovescia.
Quando mise il primo piede sui gradini che portano al soppalco, verso il letto, lo sentì, subito, quell’odore che non era il suo. Rallentò il passo, come per non fare per niente rumore. Si arrampicò fin su e si fermò di colpo, quando vide il materasso occupato per metà.
Dormiva, sì, anche se mai si sarebbe aspettato nel suo letto. I capelli slegati, che così li ricordava dall’ultima volta all’aperto, una maglia che quasi ci entrava due volte e le gambe filiformi, e nude, che spingevano in basso il piumone, ché di questo tempo fa già caldo per dormirci sotto. Le mani, vicine al viso poggiato di lato sul cuscino, erano quelle che aveva guardato per attimi sfuggenti quando erano per strada e che, sapeva, erano vittime di passioni simili. Incredulo di averla lì, ad occhi chiusi, beata, aveva sorriso, immobile, prima di prendere delicatamente posto sul letto, vicino a lei.
Così si avvicinò, lento, a quel corpo ancora sconosciuto, si fece lungo, come per seguire la sua di linea sul materasso, allungò una mano e le spostò i capelli davanti agli occhi e alla guancia, con un dito, cercando di non sfiorarla e quindi solleticarla e darle fastidio. Lei si mosse lentamente e lui si concentrò sul suono che fanno le lenzuola quando ci si struscia sopra per girarsi da una parte all’altra.
Aprì gli occhi, senza spalancarli, lo mise a fuoco mentr’era ancora stupito di tutto ciò e sorrise con uno di quei sorrisi che a lui piacciono da impazzire.
«Sssht! Dormi» le sussurrò «E’ tardi. Io ero al cinema».
Lei borbottò qualcosa che suonava tipo ti stavo aspettando ma era talmente sussurrato dal sonno che alcuni suoni della frase non esistevano più. Allungò un braccio, lei, mentre si rimetteva giù, glielo poggiò su una spalla giocando con le dita sul collo scoperto. Lui si avvicino col busto, quasi fosse un boa che si sdraia vicino alla sua preda per prenderne le misure prima di mangiarla, e le afferrò un fianco, tirandola a sé tra le lenzuola.
«Stringi!» riuscì a pronunciare ancora mezz’addormentata.
Lui assecondò, e finora non si era reso conto che era tanto che non ci si accartocciava così, a letto, in due, di notte.

2AMclock

VOYEUR

Era un po’ che non osservavo come ti muovevi e come poi ti poggiavi su te stessa, senza fare rumore attorno. Era passato quel tempo in cui il giorno si colorava dei tuoi toni, spesso grigi, dalle sfumature amaranto ma nelle mie notti silenziose quella tavolozza di colori consumati era lì e non ho mai smesso di usarla. Ho continuato a sognare una bambina dal cappotto rosso tra la gente sbiadita di Schindler che corre a nascondersi sotto a un letto sfatto e mette le mani sulle orecchie mentre scuote la testa, spaventata. Ho tinto le note di porpora, ho continuato a guardare il cielo che si colora di vaniglia quando le nuvole alla sera hanno il colore del sole.
Era un po’ che non mi fermavo a fissarti, nascosto dietro alla porta chiusa. Al buio, mentre sedevi per terra, nuda, ho improvvisato al piano un blues in minore.
Come tela la tua pelle, come setole di un pennello vissuto i tuoi capelli. Se chiudo gli occhi la vedo, la vernice che cola su di te e gocciola sul pavimento.
La tua storia ti compare addosso, tatuata in forme che conosco, che raccontano momenti che si chiamano ricordi e che hanno profumi condivisi.
Il tuo corpo è un cavalletto immobile al centro della stanza buia in cui mi muovo lentamente, per non inciampare. Avanzo a braccia in avanti, tese, nell’attesa di un nuovo contatto che ne disegnerà una nuova curva morbida, d’inchiostro indelebile.

Soundtrack: A Study in Blue (Piano Solo)

10178075_1429264650659267_5536725945952500971_nphoto : Andrea Sileo | model: Edy Sanuyelocation : studio nero

DARDO AWARDS 2014

premiodardo

Il Dardo è un premio molto speciale perché riconosce i valori personali, etici, culturali e letterari trasmessi attraverso la scrittura.
E’ un premio che viene conferito agli autori e scrittori da altri autori.

Il regolamento per ricevere il premio, una volta ricevuta la nomina, è molto semplice:

  1. Mostrare l’ immagine del premio
  2. Ringraziare chi ti ha nominato
  3. Nominare altri bloggers, 15 per l’ esattezza.

Volevo ringraziare la gentile Mara di paveseggiando.wordpress.com, per questo suo bellissimo pensiero e per avermi conferito la nomination.

E’ un riconoscimento che desidero condividere con:

http://farovale.wordpress.com

http://paveseggiando.wordpress.com

http://menteminima.wordpress.com

http://labloggastorie.wordpress.com

http://brunettecake.wordpress.com

http://irenetempestini.wordpress.com

http://farefuorilamedusa.com

http://italianamentescoretta.com

http://viaggioperviandantipazienti.wordpress.com

http://vetrocolato.wordpress.com

http://ilmiogiardinofiorito.wordpress.com

http://tiasmo.wordpress.com 

http://memoriediunavagina.wordpress.com

http://articoliliberi.com

http://amoilweb.wordpress.com

UNA MUSICA CHE NON SO SUONARE

Tu, Poeta, non volevi cavalcare il sogno del sentimento sfuggente? Del rapporto occasionale tra due possibili sguardi rubati a cena davanti a un tavolino quadrato troppo stretto per tutti e due?
Non volevi, Poeta, perderti nella città eterna e non trovarne più una via d’uscita?
Ho scritto una cosa sul viaggio, mentre stavo in treno in direzione Roma, sfrecciando attraverso un Paese coperto da nuvole grigie che a tratti sputavano pioggia. Poi sono entrato in galleria, ho perso la rete sul telefono dentro il quale avevo appena finito di scrivere, e appena uscito mi sono reso conto che invece di essere pubblicato, tutto quello che avevo scritto era svanito nel nulla. Niente di niente, nemmeno una parola recuperata. Ho perso tutto e non me lo ricordavo nemmeno più. E forse non sarei nemmeno stato capace di riscriverlo.
Allora sono arrivato a Termini, ho preso un taxi per andare in hotel e sono rimasto in silenzio per un po’, senza sapere di cosa parlare. Un furto, o forse un lutto, quello che ho subito. Una parte di me che sparisce di colpo tra le mie stesse mani. Tragico quanto divertente.
Di cosa dovrei parlare, adesso, Poeta, se dal viaggio di stamattina mi è stata rubata ogni parola?
Se dovessi parlare di donne allora scriverei un romanzo e mi perderei nella descrizione di ogni dettaglio e in ogni punto di vista, disturbato dall’idea di capelli lunghi che finiscono davanti agli occhi, come le tende sulle porte antiche delle case al mare dei nonni, in riva alla spiaggia dove bimbi urlano divertendosi a costruire castelli con la sabbia bagnata.
Se dovessi parlare di uomini allora disegnerei un fumetto. Uno di quelli che fa ridere davvero.
Se dovessi palare d’amore, perdonami, allora resterei zitto, inforcherei un archetto e imparerei a suonare un violoncello, ché delle note più alte porta il sapore dell’amplesso e delle corde della mente che stridono, mentre nelle note più basse si percepiscono le vibrazioni del cuore. Il suono della passione, Poeta. L’avevi mai sentito prima? Il suono di una musica che non so suonare.
Se dovessi parlare per forza, in fondo, preferirei rispondere alle domande più curiose e più private che tu possa pensare di farmi, anziché avere un argomento fisso e carta bianca. E allora non dovrei scrivere un romanzo ché non ne sarei capace, né disegnare un fumetto ché c’ho perso la mano da anni e né imparare uno strumento complesso alla mia età. E non è l’ansia di dover provare qualcosa di nuovo, che per quello mi è bastato guardare negli occhi una sconosciuta per sciogliere un laccio stretto al collo che serrava alla gola e un po’ soffocava, e mi è bastato sentirla al telefono mentre si giustificava per non aver avuto il tempo di condividere un saluto, subito, al mio arrivo.
Se dovessi parlare di me, Poeta, dovrei spogliarti nudo e metterti su un tavolo operatorio, vivisezionarti e guardarti dentro allo stomaco, contandole tutte, una ad una, le emozioni che volevi cavalcare nel tuo sogno.
Portami un pianoforte, Poeta, che mi viene in mente una serenata per quella sconosciuta, quella donna dalla quale anche tu ti faresti mettere, senza tante storie, su quel tavolo operatorio.
Non essere geloso, Poeta, per ciò contro cui non puoi competere. Quel mondo fantastico, quello delle donne, non t’appartiene. Io e te, Poeta, ne siamo spettatori, parte di un pubblico pagante di sensi.

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NICE TO MEET YOU

Mi hanno detto che fa il giro della rete, da appena un giorno. La rete, non quella da pesca, ma quella in cui stanno inciampando tutti. Banalmente sì, pensiate mi riferisca a quella rete in cui passiamo la maggior parte delle nostre vite, come fossimo gatti, che ne hanno tante, e le sprechiamo tutte scrollando col topo in mano e cliccando in alto e in basso.
C’è una sensibilità nascosta dietro questi gesti, soprattutto quando la mano si ferma e gli occhi si aprono per leggere, guardare, fissare in un punto. Nella rete siamo tutti pesci e pescatori. Banalmente sì, pensiate mi riferisca a qualcosa che andrebbe criticata. Ma banalmente, sì, si chiama emozionarsi.
E poi c’è quella cosa, vi dico, che si chiama sintesi di gesti, di attenzioni che non ci rivolgiamo più perché non ci guardiamo più negli occhi. Non siamo più abituati, come quando eravamo bambini, a inciampare nei sorrisi di chi ci sta davanti, a sfiorare una mano anche solo per trascinarci a giocare, ad avvicinarci talmente tanto al viso di qualcuno solo per sentire quanto è fredda la punta dell’altro naso rispetto alla nostra.
C’è questa cosa, che si chiama sintesi di sensi, che le raggruppa tutte, le emozioni: una cosa piccola a cui abbiamo dato il peso di un’importanza sacra, dimenticandocene l’essenzialità.
C’è questa cosa, che si fa guardandosi, e pronunciando, anche timidamente, poche parole in una mezza smorfia del viso.
«Piacere di conoscerti»

TRA LA PARTENZA E L’ARRIVO

Ne parla Stevenson, del suo naufrago Robinson ch’era destinato ad essere avvocato e non marinaio. Ne canta Verne del sottomarino fantastico di quel Capitano disgraziato che non ha potuto vedere crescere figli o invecchiare accanto alla sua compagna. Ne scrive Swift, in prima persona, come fosse lui stesso il medico gigante tra i Lillipuziani.
Nessuno è mai rimasto indifferente al fascino del viaggio. Quello stato in cui ci si ritrova sospesi tra un punto e l’altro, come nei segmenti geometrici che disegnavamo a scuola o come per scoprire l’immagine segreta nel gioco della settimana enigmistica.
Unire i puntini tra la partenza e l’arrivo, con quel solito dubbio timido di scoprire qualcosa di nuovo e diverso e l’ansia da prestazione dell’ennesima prima volta.
Guardo fuori dal finestrino. Le campagne della pianura scorrono veloci, al contrario, che sembra quasi il video di un film mandato in fast rewind.
Sfreccio di spalle verso Roma, naufrago in terra straniera, tesoro di persone care.

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RESOCONTO NUMERO VENTISEI

Sta per finire questo giorno di festa che poi festa non è, ogni anno aggiungiamo una candelina alla torta e qualche acciacco alla schiena. Prima o poi sarò talmente rimbambito che non riuscirò di sicuro a contarle tutte, quelle candele, e dovrò ricominciare da capo chissà quante volte. Oppure semplicemente farò come tutti e comprerò i numeretti di cera, ché si fa prima, ma credo ci sarà sempre qualche balordo pronto ad invertirli per fare lo scherzone.
Ventisei rintocchi di campane a sto giro per me, grazie. Me ne torno a casa, al buio e bagnato da questa pioggia antipatica che sembra essere spruzzata dal sifone di un detergente per vetro. Me ne torno a casa con qualche considerazione che poi altro non sono che quel po’ di cose sparse che mi sono passate per la testa in queste ultime ventiquattro ore.
Innanzitutto partiamo dal giorno. Tre, il numero perfetto, gli anni in cui secondo la scienza si inizia ad avere memoria, gli anni in cui si inizia a parlare decentemente e gli anni in cui poi, dicono i libri, si consuma un amore.
Il mese. Febbraio, il più corto tra tutti, quello che ogni tanto decide di tirare fuori il piede ed avere un giorno in più. Comunque rimane il più breve, e ciò vuol dire che è già quasi primavera.
L’anno. Millenovecentottantotto. Milleneufcentquatrevingthuit in francese, uno dei primi numeri che imparai di questa strana lingua, alle medie. Almeno potevo esibirmi in uno scioglilingua da oscar che poi è la mia data di nascita.
Anno strano, il mio. E’ l’anno in cui Mandela esce di prigione ma entra subito in ospedale, la Fiat presenta la Tipo e L’ultimo Imperatore di Bertolucci si becca nove statuette a Los Angeles. Giuro che non ho sbirciato da Wikipedia, queste tre cose le ricordo davvero. E ricordo bene anche Cocktail, quel film in cui Tom Cruise si mette a fare il bar tender acrobatico e conquista una bionda da paura, e Talk Radio, il filmone di Oliver Stone che penso abbia traviato la mia adolescenza rinchiudendomi ogni pomeriggio in quella stazione radio di provincia che aveva nel jingle il nome di un santo e alla notte mandava in onda preghiere registrate. Sì, le ho sabotate le preghiere, più e più volte, con i miei megamix di dance anni 90. Confesso.
Bene, mi pare che le candeline le abbia contate e che il resoconto l’abbia fatto. Resoconto che più che tale a me sembra un tagliando, come quello che si fa a una macchina quando inizia a scassarsi sempre più. Un po’ come spremersi per cercare di capire cosa sia cambiato da ieri e cosa potrebbe cambiare da domani. Dite che niente per ora possa essere una risposta accettabile?
Che poi ti prende sempre un po’ quella sorta di nostalgia canaglia che ti morde al collo e lascia il segno. Oggi ho ricevuto una telefonata, l’unica non di papà, mamma, sorella, fratelli vari. L’unico augurio dal vivo che non è stato solo un messaggio scritto da qualche parte su internet. Può sembrare banale che mi emozioni per un contatto comune come un pronto/tanti auguri e qualche sorriso scambiato in pochi minuti che sembrano essere sempre di fretta ma per quanto possa spesso essere un limite dovuto a chilometri e a un pezzo di plastica e metallo attaccato all’orecchio, fa sempre bene rispondere e ascoltare, a sorpresa, la voce di qualcuno a cui voglio bene, anche se non lo sbandiero più magari come un tempo e lo tengo stretto per me.
Pomeriggio ho lavorato a uno spot per una nuova campagna sociale curata da un’associazione che si occupa di bambini in Africa e nel frattempo ho seguito i ragazzi che stanno producendo l’immagine sonora della nuova stazione radio che partirà a breve. Due mondi sicuramente diversi, due modi diversi per concentrarsi e tirare fuori il meglio. Posso dire che concludo il giorno del mio compleanno con la mente che suona un po’ come quando la radio non prende e girate la manopola in cerca di qualcosa che si senta meglio.
Ho fatto due passi fino a casa sotto la pioggerellina bastarda e, in mezzo a tutti questi numeri che mi ballonzolano in testa, mi sono ricordato di un po’ di versi che ha scritto Walt Whitman, che se non lo conoscete posso anticiparvi che è Americano, morto da un bel po’ e somiglia tanto ad un mix tra il nonno di Heidi e Babbo Natale.

Quando ascoltai l’erudito astronomo,
Quando le dimostrazioni, i numeri, furono dispiegati dinanzi a me,
Quando le carte e i diagrammi mi furono mostrati per sommarli, dividerli e misurarli,
Quando ascoltai trepidante l’astronomo nell’aula delle sue famose lezioni,
Quanto inspiegabilmente presto divenni esausto e sofferente,
Fino a quando alzandomi e scivolando via iniziai a vagare in solitudine,
Nell’umida e misteriosa aria notturna, e secondo dopo secondo,
Volsi lo sguardo alle stelle nel perfetto silenzio.

Solo che le stelle, caro Walt, in mezzo alla pioggia e al cielo pieno zeppo di nuvole bianche che sembrano disegnate col gesso strofinato sulla lavagna, sono un po’ difficili da vedere stasera. Mi avvalgo della facoltà di immaginare.
Buonanotte.

Walt_Whitman

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