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IL PLEUT SUR LES HISTOIRES DU COUCHER (Piove sulle favole della buonanotte)

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir
C’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie, ô gouttelettes!
Et ces nuages ​​cabres se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires
Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique
Écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

Guillaume Apollinaire

Partire quando Milano dorme ancora – direbbe Concato – vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella, prima che cominci a correre e ad urlare.
Avevo guardato il meteo prima di stropicciarmi gli occhi e lavarmi la faccia, mettere addosso i vestiti lasciati la sera prima sulla sedia, scambiare le prime parole con Matteo appena alzatosi dal divano, prendere valigie e attrezzature per filmare, andare in radio a raccattare tutti gli altri e correre verso il treno per Parigi, sperando di non perderlo, ché quello in effetti mica aspetta!
Andare e tornare dalla ville lumière in ventiquattro ore mi ha fatto strano. Parigi la conosco, mi ci muovo quasi come a Milano, quindi a piedi e quasi ad occhi chiusi, anche se è dieci volte più incasinata. Mai però prima d’ora era stata il mio viaggio veloce, la mia sveltina di come quando mi metto al piano e improvviso un tema che viene e che va. E magari poi non me lo ricordo più.
Un tema che chiamerei fuga (senza toccata), perché partire per Parigi di sabato mattina e tornare a Milano la domenica sera per me è come fuggire. Fuggire da qui, fuggire anche un po’ da me e dai miei pensieri, tenersi stretti solo quelli felici, che sono poi i pensieri che ti premettono ancora di volare.
Volevo scrivere di notte, a Parigi, poi uscire e passeggiare fino a perdermi lungo il Canal Saint-Martin. Però mi sono addormentato in dieci minuti, appena infilato nelle lenzuola bianche in mezzo ai letti dei miei compagni di viaggio, che già dormivano prima di me. Vederli stanchi e crollare in pochi secondi mi ha fatto pensare a quanto impegno e sacrificio ci mettono in ogni piccola avventura che poi diventa grande in pochi attimi. Un po’ come i bimbi-sperduti che combattono indiani e pirati tre volte più grandi di loro e poi la sera si accoccolano ascoltando le fiabe di Wendy. Sono guerrieri. Guerrieri dall’animo dolce e dal cuore di cioccolata. Sono forse io, che col mio musone perenne non riesco a farglielo capire, che sono importanti, uno dopo l’altro, indistintamente. Tutti loro, e questa radio, mi stanno salvando ancora una volta.
Ho un desiderio, prima di dormire, mentre mi giro sul fianco e affondo la faccia nel cuscino morbido, forse troppo: vorrei sentire il suono del campanellino che lasciavo penzolarmi sul naso e scuotevo prima di addormentarmi, sulla isla, quando dopo le giornate infinite di lavoro mi infilavo a letto e fuori era quasi l’alba.

«Se mi pensi, scuotilo. E io sentirò il suono e che mi stai cercando» mi aveva detto, sfilandosi il laccio nero dal collo e lasciandolo scivolare nella mia mano.

–Trilli non aveva affermato a chiare lettere: “lo amavo”, ma la verità traspariva da ogni parola. “I suoi capelli erano così morbidi”, aveva detto. “Mi sedevo sulla sua testa solo per toccarglieli. E il naso, poi! Mi bastava guardarglielo, per capire se stava sorridendo. Si appiattiva quando sorrideva e si arricciava quando rideva. E quando non sorrideva né rideva, era bello come… come una padella”– 

«Cos’è questa roba qui? – mi indicava ieri sera col dito puntato in alto mentre mi fissava senza batter ciglio – Dimmi che cos’è!?»
Quando mi avvicinai capii cosa indicava. Sulla parete, vicino alla mia collezione di pass degli eventi a cui lavoro, c’era un cartello bianco con un nome scritto sopra, di quelli che si attaccano fuori dalla porta dei camerini degli artisti.
Mi sono avvicinato a lei, infilandole le mie dita tra i capelli biondi e accarezzandole la nuca.  Poi ho sorriso guardandola negli occhi. Chiara è gelosa di Annalisa, anche solo del suo nome attaccato al mio muro, come Campanellino lo è di Wendy, anche solo dell’idea che ne possa esistere una’altra, di donna, per Peter.
«Shhh – mi venne da dire mentre l’avvicinavo a me – hai già vinto tu».

A Milano stamattina piove. Inizia di notte scrosciando e rimane silenziosa al mattino per non fare casino quando mi sveglio. E fuori è buio, i semafori sono spenti e la strada è muta. Strana Milano quando piove, strana la notte prima che arrivi la luce. Strana la pioggia d’autunno ma forse sono strano io e basta.
Intanto Parigi mi aveva regalato uno tra i suoi ultimi raggi caldi di stagione e il cielo azzurro graffiato dalle scie bianche, mentre le foglie cadono già colorate di rosso e di giallo per terra.

Soundtrack: Joep Beving – The Light She Brings

Il Pleut Tissue

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DI ROSE E DI PRINCIPESSE

«Mai nessuno si è ricordato di ciò che mi piace, soprattutto di qualcosa che ho detto per caso mezza volta!» aveva bisbigliato quasi fra sé e sé.
«Stai attenta. Che io mi ricordo anche di tante altre cose che hai detto…»
«Ovviamente ci vado con te!».
Si alzò dalle mie gambe e prese la sua agendina, quella col Piccolo Principe stampata sopra e, guardando i biglietti, andò alla fine del mese e segnò giorno e ora dell’appuntamento.
Quando mi alzai dalla sedia lei si guardava intorno, fissando le mensole piene di fumetti, film e pupazzetti di gomma.
«Devo attaccarti una cosa – disse – dimmi dove!»
«Mhmm – pensai – su! A letto.»
«Posso salire con le scarpe?»
«Sì»
E la vidi armeggiare per un po’, in ginocchio sul materasso, con delle cose che tirava fuori dall’agendina e attaccava alla parete dietro i cuscini, spostando le piume pendenti dal mio acchiappasogni come fossero una tenda davanti a una finestra.

“Tu confondi tutto… tu mescoli tutto!”
Era veramente irritato. Scuoteva al vento i suoi capelli dorati.
“Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni.
E tutto il giorno ripete come te: – Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! – e si gonfia di orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!”
“Che cosa?”
“Un fungo!”
Il piccolo principe adesso era bianco di collera.
“Da migliaia di anni le pecore mangiano tuttavia i fiori.
E non è una cosa seria cercare di capire perché i fiori si danno tanto da fare per fabbricarsi delle spine che non servono a niente? Non è importante la guerra fra le pecore e i fiori? Non è più serio e più importante delle addizioni di un grosso signore rosso?
E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora può distruggere di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non è importante questo!”
Arrossì, poi riprese:
“Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: – Il mio fiore è là in qualche luogo –  Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto a un tratto, tutte le stelle si spegnessero! E non è importante questo!”
Non potè proseguire. Scoppiò bruscamente in singhiozzi. Era caduta la notte. Avevo abbandonato i miei utensili. Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone, della sete e della morte.
Su di una stella, un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi in braccio. Lo cullai. Gli dicevo:
“Il fiore che tu ami non è in pericolo… Disegnerò una museruola per la tua pecora… e una corazza per il tuo fiore… Io… ”
Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro. Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo… Il paese delle lacrime è così misterioso.
Imparai ben presto a conoscere meglio questo fiore. C’erano sempre stati sul pianeta del piccolo principe dei fiori molto semplici, ornati di una sola raggiera di petali, che non tenevano posto e non disturbavano nessuno.
Apparivano un mattino nell’erba e si spegnevano la sera. Ma questo era spuntato un giorno, da un seme venuto chissà da dove, e il piccolo principe aveva sorvegliato da vicino questo ramoscello che non assomigliava a nessun altro ramoscello.
Poteva essere una nuova specie di baobab. Ma l’arbusto cessò presto di crescere e cominciò a preparare un fiore.
Il piccolo principe, che assisteva alla formazione di un bocciolo enorme, sentiva che ne sarebbe uscita un’apparizione miracolosa, ma il fiore non smetteva più di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera verde.
Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno. Non voleva uscire sgualcito come un papavero.
Non voleva apparire che nel pieno splendore della sua bellezza.
Eh, si, c’era una gran civetteria in tutto questo!
La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni.
E poi, ecco che un mattino, proprio al levar del sole, si era mostrato.
E lui, che aveva lavorato con tanta precisione, disse sbadigliando:
“Ah! Mi sveglio ora. Ti chiedo scusa… sono ancora tutto spettinato…”
Il piccolo principe allora non poté frenare la sua ammirazione:
“Come sei bello!”
“Vero”, rispose dolcemente il fiore, “e sono nato insieme al sole…”
Il piccolo principe indovinò che non era molto modesto, ma era così commovente! “Come fai ad essere così bello?”
“Vedi, io sono un fiore e sono una creazione della natura, e in quanto tale sono perfettamente simmetrico…”
“Non capisco” rispose il piccolo principe spiazzato dall’uscita del fiore.”
“Ora ti spiego” disse superbamente il fiore.
“In natura esistono tantissime simmetrie”
“E a cosa servono? “
“Beh, a fare i fiori belli, non c’è dubbio. Una simmetria della natura è qualcosa che il sole ci ha dato e che nessuno potrà mai imitare. 
Tutto, in natura, nasce da una simmetria. Tante cose in natura sono simmetriche, sai?”
“Cosa?”
“Ad esempio le stelle marine, i fiocchi di neve, le celle degli alveari delle api e i cristalli…l’uomo!”

“Mai stata neve né api sul mio pianeta”
Il piccolo principe però era attirato dai discorsi del fiore.
“Tutti gli esseri viventi sono belli e simmetrici sotto diversi punti di vista… io, ad esempio, sono colorato e le simmetrie dei colori dei miei petali mi fanno bello”.
Così l’aveva ben presto tormentato con la sua vanità ombrosa. Per esempio, un giorno, parlando delle sue quattro spine, gli aveva detto:
“Possono venire i leopardi, con i loro artigli!”
“Non ci sono leopardi sul mio pianeta” aveva obiettato il piccolo principe “e poi i leopardi non mangiano l’erba”.
“Io non sono un’erba”, aveva dolcemente risposto il fiore.
“Scusami”.
“Non ho paura dei leopardi, ma ho orrore delle correnti d’aria… Non avresti per caso un paravento? Alla sera mi metterai al riparo sotto a una campana di vetro. Fa molto freddo qui da te… Da dove vengo io…”
Ma si era interrotto.
Era venuto sotto forma di seme.
Non poteva conoscere nulla degli altri mondi.
Umiliato, aveva tossito un paio di volte per mettere il piccolo principe dalla parte del torto.
“E questo paravento?”
“Andavo a cercarlo, ma tu mi parlavi!”
Allora aveva forzato la sua tosse per fargli venire dei rimorsi. Così il piccolo principe, nonostante tutta la buona volontà del suo amore, aveva cominciato a dubitare di lui.”
“Avrei dovuto non ascoltarlo” mi confidò un giorno “non bisogna mai ascoltare i fiori”.
Basta guardarli e respirarli. Il mio, profumava il mio pianeta, ma non sapevo rallegrarmene. I fiori sono così contraddittori!
Ma ero troppo giovane per saperlo amare”.

Quando mi avvicinai, iniziai a capire. E me ne restai lì in silenzio mentre lei creava la sua ennesima opera d’arte. Inconsciamente sta riempendo casa mia di sé e delle sue piccole opere d’arte. Anche lo spazzolino, la spazzola pieghevole e le lentine di ricambio in bagno sono incastrati nel posto giusto, e non posso non guardarli ogni mattina.
Mi misi in ginocchio sul materasso accanto a lei e la guardai finire. Poi si girò e mi guardò negli occhi, mentre indicava la strana composizione di adesivi fatta da stelle, pianeti, cuori, un piccolo principe e una campana di vetro con sotto il fiore.
«Ecco – mi disse – tu sei la mia rosa».

Soundtrack: Lianne La Havas – Unstoppable

piccolo principe stickers

VIANDANTE IN UN BEL CASINO DI NEBBIA

— Come si capisce se una donna ti ama?
— In amore è difficile essere sicuri di qualcosa, — ribatte l’abate spostando la bambola verso Flóra Sól. […]
— E quando una donna sembra assente? Significa che non è innamorata?
— O che è innamorata. Entrambe le cose.
— E se una donna dice a un uomo che è meglio che lui non s’innamori di lei?
— Allora può voler dire che è lei ad amare. Mi viene in mente un vecchio film italiano che magari t’interessa, affronta proprio queste problematiche. Il regista, in realtà, non utilizza quasi per niente i dialoghi: è per mettere in risalto i sentimenti. […]
— E se lei dice che ha intenzione di partire per starsene da sola?
— Allora può voler dire che desidera che tu la accompagni —. L’abate si alza e inizia a frugare tra le mensole. — Esiste una carità ragionevole, recitano certi versi, — continua dall’altro lato della stanza, — ma non un amore ragionevole. Se si vivesse con la testa e basta, sarebbe impossibile incontrare l’amore, come sta scritto qui, da qualche parte… — conclude, e so che non si riferisce alla Bibbia. […]
— Ecco, — si raddrizza, viene verso di me e mi porge una cassetta. — Antonioni ha molto da insegnarti sulla vita emotiva di una donna. Ma te lo sei procurato un videoregistratore?

Audur Ava Ólafsdóttir

Io ve lo dico, voi però pensateci sul serio. Improvvisamente quando andate a letto con qualcuno, qualcuno che vi piace davvero, ne diventate gelosi.
Non di lei o lui, siamo chiari, ma di tutto ciò che improvvisamente ci circonda.
Come se mentre vi guardate negli occhi il resto non esistesse più ed allo stesso modo esiste ancora più di prima. Come un nuovo microcosmo che si genera dal nulla attraverso le pareti di casa vostra. Non so, mi immagino il fagiolo magico che spunta dal pavimento, che sale e buca il soffitto; Barbalbero che si affaccia alla finestra e mi fa segno di ok col pollicione per la prestazione appena finita; gli uccellini di Biancaneve che fischiettano e poi, con un becco per angolo, apparecchiano la tovaglia sul tavolo e il granchio della Sirenetta che sbuca dal piatto d’insalata e inizia a cantare Baciala.
Fenomenali poteri cosmici… in un minuscolo spazio vitale!
E questo mondo, di colpo incantato, ci rende gelosi di tutto il resto. Anche della mosca che si posa un secondo sulla sua spalla.
«Mia! — Urlerei — Vai via!» e la guarderei con occhi da killer. Un serial killer molto scemo però.
Credo sia una cosa da maschi alpha. Forse per le donne è diverso. Almeno per quanto riguarda la scena della mosca.
Mi piacerebbe entrare nella testa di Chiara e, previo qualche mese di aspettativa presa dal lavoro, iniziare ad esplorare: camminare e capire fin dove si può arrivare.
Penso mi arrampicherei fino in alto, semmai trovassi montagne, e mi fermerei a guardare attorno, come il viandante solitario sul mare di nebbia. Solo che sotto di me ci sarebbe la nebbia, appunto, quindi riuscirei comunque a scoprire solo la punta dei pensieri delle donne. A questo punto, forse, farei un selfie, metterei un filtro Ludwig aumentando un po’ nitidezza e vignettatura e lo caricherei su Instagram con l’hashtag #viandanteinunbelcasinodinebbia, geolocalizzato nella testa di Chiara. Tac. Pubblica.
Se ci avete pensato, vi siete già dati la risposta. Per una così c’è comunque da perdere la testa.
E se lo state dicendo, allora è perché è successo davvero e state guardando la testa rotolare giù per terra, lungo il pendìo della montagna che avete appena scalato. Niente. Irrecuperabile. In tal caso il selfie di cui sopra sarebbe acefalo. E su “acefalo” mettete a letto i bambini.
Ieri sera Chiara mi ha scritto Penso che non potrò leggere mai quello che scrivi. Mi farai piagnucolare ogni volta come una bambina. Ma te lo giuro, non ho 5 anni. Sulla carta d’identità, sotto la voce professione hai: faccio piangere Chiara. Notte.
Poi stamattina mi suona il citofono e mi si arrampica fino a casa a sorpresa, mentre credevo fosse ancora in montagna a chiacchierare con le caprette. Invece poco dopo era seduta a pranzo con me, davanti alla pasta scotta, con gli occhi ancora lucidi e un sorriso imbarazzato.
Io e Billo crediamo che in questi giorni sia Natale, una sorta di Natale anticipato. Ogni giorno ne succede una, ed è una cosa bella. Un po’ come avere un regalo nuovo da spacchettare ogni mattina. Se Chiara piagnucola la sera, mentre mi legge, è un regalo; se ha il mal-di-ema, come dice lei, un altro regalo; se mi piomba in casa a sorpresa mentre mi annoio, un altro ancora. Solo che io non so mai dove metterli tutti questi pacchetti, ché l’albero e il presepe è una vita e mezzo che non li faccio più. Finirà che prenderò tutte le scatole e la carta strappata, li metterò in cantina e riempirò la casa di tutto il meglio. E se volete sapere che fine ha fatto poi il viandante, mi sa che è ancora lì per i monti a cercarsi la testa che rotola in giro.

il-viandante-sul-mare-di-nebbia-il-destro

PRIVATE RECORDS

La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie. Comunque… Ecco come non fare carriera: a) perdere la ragazza; b) piantare l’università; c) lavorare in un negozio di dischi; d) restare nei negozi di dischi per il resto della vita. Vedi quelle immagini della gente di Pompei, e pensi: che assurdità! Una partitina a dadi dopo il tè e zacchete: per qualche migliaio di anni la gente ti ricorderà così.

Nick Hornby

Le chiamano così, le canzoni del cuore, perché credo che in qualche modo te lo sfondino davvero, il cuore, a furia di ascoltarle. Che poi se volessimo fare quelli seri e guastafeste dovremmo parlare di emozioni e quindi di testa, quindi non di cuore, quindi lasciatemi stare che è troppo presto per mettere insieme le parole, di prima mattina.
Già, perché d’estate mi perderò l’alba ché c’è già luce alle cinque quando apro gli occhi (e definirli aperti è già una falsa botta di autostima) ma la solita brutta abitudine di dormire tre o quattro ore a notte non mi aiuterebbe neanche fosse già mezzogiorno col sole in faccia e il mare a due passi.
Tornavo tardi da Expo, ieri sera, e in treno c’era la fiera delle teste basse. Era pieno, con addirittura qualcuno in piedi o seduto sui gradini tra primo e secondo piano. Tutti-a-testa-bassa. Addormentati, doloranti, stanchi, affranti, depressi. Forse tutti ascoltatori di canzoni pop, di sicuro tutti detentori di una canzone del cuore.
Metto le cuffie, per non addormentarmi, e faccio play a caso senza guardare cosa e come.
Parte la mia playlist, quella che ho chiamato Private Records quando Billo, da buon direttore artistico, mi ha detto che pensava di buttar fuori su spotify una mia selezione molto personale, fatta di brani nuovi, ancora inascoltati, che potrebbe accompagnare la gente a casa dopo il lavoro, dopo un viaggio o anche solo una giornata impegnativa.
Così, non essendo ancora pubblica, gioco ad ascoltarla io stesso il più possibile, come fosse un piccolo segreto ancora non svelato.
Come prima traccia suona la nuovissima Indulge di Jones, una morettona riccia dell’Est di Londra che con questa sua ballata mi ha catturato della serie prendimi e fammi quello che vuoi. Quando mi capita, anche per caso in questi giorni, la ascolto a palla e di continuo, come se non esistesse altro che il loop e in realtà poi il loop sono io stesso che porto indietro la manetta col dito e rischiaccio play. Dice tipo sono dipendente dalla tua mente, non posso resistere al tuo modo di essere e quando sorridi mi tieni come in prigione. Ciao proprio. Ne vogliamo davvero parlare? Cioè le ascolto e volta dopo volta mi chiedo per quale tipo di maledizione al mondo non le ho scritte io? Ché io poi le scriverei, in questo periodo altroché se le scriverei.
Scrivere una canzone mi è sempre stato difficile. Sono bravo con le melodie, a trovare gli accordi giusti in tempo zero così come mettere di fila le parole davanti al microfono in radio, pur non sapendo cosa dire. Ma quando penso alle canzoni, alle poesie, ai versi stretti, belli e finiti in pochi secondi, no. Non ce la faccio proprio.
Ecco dunque come non farò carriera: a) ho perso la ragazza (e anche più d’una); b) ho piantato l’università; c) lavoro in radio; d) penso resterò in radio per il resto della vita. Aggiungerei una e) compongo melodie ma non scrivo canzoni. Ah, e le compongo ad orecchio, non chiedetemi di disegnare pallini e stanghette sul pentagramma.
Se ci penso, in effetti, non sono uno che si concentra subito sul testo, forse non lo faccio neanche dopo venti ascolti dello stesso brano. Se non mi smuove la musica, se non mi va in cortocircuito qualcosa dentro, allora vado avanti, possibilmente non do nemmeno una seconda possibilità alle parole. Che stronzo, in effetti, ora che ci penso.
Me ne sono accorto in metropolitana, mentre riascoltavo la playlist, in modo random però, per capire se c’è qualche disco che potrebbe cozzare irrimediabilmente con qualcun altro. Solo che al posto di essere critico e concentrato mi viene voglia di suonare. Un po’ come quando si deve fare pipì, si corre in bagno, scatta quella cosa e finisce poi che ci si inizia a masturbare. Perché? Non ha una risposta ovviamente. Eppure è talmente comune che se lo si chiedesse a chiunque si otterrebbe la stessa espressione in faccia e lo stesso no ma và, che dici?! Ingloriosi bugiardi!
Stamattina mi sveglio così. Quindi arrivo a lavoro, monto il pianoforte, lo cablo a un mixerino mezzo scassato, attacco due casse e suono l’intro di Without You (posizione 4 della playlist, dopo Annie e Never Let You Go), che ricorda un po’ Imagine di John Lennon, anche per il delay e il riverberone sulla voce che sembrano uscire da una scatola di cartone anni ’30.

Soundtrack: Jones – Indulge
Soundtrack: Tobias Jesso Jr. – Without You

thisisjones

STORIE DI RADIO (Parte Seconda)

La rividi circa un anno dopo, con mia grande sorpresa, andavamo con la scuola alla giornata di orientamento universitario per cominciare a chiarirci le idee sulle nostre scelte post maturità. Eravamo ancora una volta sullo stesso autobus. Quando salii a bordo e la vidi circondata dai suoi compagni di classe temetti di doverla affrontare lì, subito, davanti a tutti, in qualche modo. Dentro di me sapevo che prima o poi avrei dovuto farlo e questo mi faceva ancora più paura perché non sapevo come diamine avrei dovuto affrontare la situazione. Rimasi impietrito con lo zaino in spalla, per qualche secondo, fino a che le urla dei miei compagni di classe mi riportarono alla realtà.
«Siamo qui sopra. Sali!»
[…] Mi sentivo interdetto, non ci riuscivo, per tutto il viaggio cercavo di non pensarci per non farmi venire la tremarella ma ogni qualvolta mi trovavo a scendere per le scale lei era lì, seduta di fronte. Ci guardavamo da lontano e come ogni volta, magicamente i nostri sguardi s’incrociavano, poi, dopo un attimo, come due clandestini scappavamo da quel nostro fissarci a distanza, imbarazzati.
[…] Così a un certo punto presi coraggio, e tornai giù mentre l’autobus correva sulla statale. Mi sedetti sui gradini e cominciai a guardarla fino a che lei non se ne accorse e mi puntò incuriosita. Terrorizzato allora le sorrisi e le feci “ciao” con la mano. Pensai che di punto in bianco m’insultasse o che, peggio, mi fosse indifferente e si girasse dall’altra parte, mi passò anche per la testa che i suoi compagni si alzassero e come guardie del corpo mi picchiassero e senza saperne nemmeno il perché. Invece, in quel ronzare continuo del motore e tra le urla dei ragazzi la vidi salutarmi con lo stesso gesto, e mi sembrò che all’istante i suoi occhi diventassero più grandi.

(da “Ti Stavo Cercando” – bozza)

Ero già turbato di aver visto Emanuela così di soprassalto dopo un anno abbondante. Mi guarda. Ciao. Sbam.
Arriviamo a Catania e non capisco molto. Sono nel mio labirinto psicologico incasinato.
Entriamo in un grosso padiglione disseminato di tante associazioni studentesche universitarie, nel centro, e circondate dagli stand di varie facoltà.
D’improvviso mi ritrovo a pochi centimetri da Daniele, mio collega a Radio Antenna Iblea, ai tempi in cui facevamo le rockstar in quella radiolina fm locale. Mi era corso in contro fino a quasi inciamparmi addosso.
«Cazzo Ema – mi urla – c’è la radio! Andiamo a farci intervistare!»
Lo seguo un po’ controvoglia nel marasma di studenti finché non mi trovo davanti a uno studietto radiofonico approntato in uno stand. Vedo sull’insegna un fulmine rosso come logo e leggo “Radio Zammù”.
Mi pianto a guardare il mixer, un portatilino e un paio di microfoni. C’è un ragazzo poco dietro al banco di regia, scrive concentrato un computer. Oggi siamo colleghi, quando passo di corsa davanti agli uffici della redazione e programmazione musicale lui sta ancora davanti al computer ad ascoltare musica e controllare scalette.
Mentre sono nel mio mondo a fissare questa piccola-grande realtà mi vedo un microfono puntato alla bocca e una ragazza che velocissima e tutto d’un fiato mi chiede: «Ciao! Cosa ci fate qua ragazzi? Io sono Stefania e voi siete in onda su Radio Zammù, la radio dell’università di Catania!»
Mi inventai una risposta sul momento, forse troppo sincera e balbettante. Daniele era carico e impostò addirittura la voce, facendo una marchetta alla radio in cui lavoravamo. Ero imbalsamato. Mi è scattato qualcosa dentro.
Un anno dopo, in una notte di febbraio che non finiva più, passata sui libri prima di un esame, aprii un nuovo post sul forum di studenti che consultavo per beccare in anticipo le domande dello scritto. Scrissi in poche righe chi ero, cosa studiavo e che facevo il dj e la radio da un po’ di anni. “Siamo tutti ragazzi, con la musica dentro e tanto, tanto da dire… perché non ci interessiamo a mettere su una roba del genere??” scritto proprio con i puntini in mezzo e i due interrogativi alla fine. Inviai, e mi sentii più leggero, anche se non riuscivo a immaginarmi nulla. Senza sapere che da quel messaggio, da quel momento, un pugno di matti avrebbe seguito me e quell’idea fino alla morte.
Una cosa odiavo, ed era attendere. E ora che ci penso odiavo anche un’altra cosa: il caldo appiccicoso di Milano a luglio. Quel caldo che ce n’è pochi, di quelli che sudi anche da fermo, e si inzuppa di sudore anche il lenzuolo senza troppo impegno.
Fissavo il soffitto, dall’alto del soppalco, e mi concentravo sul rumore delle auto che entravano in Piazza Loreto, sotto la finestra enorme di camera mia.
Suona il telefono. Mi fiondo di sotto. Stacco l’alimentatore dalla corrente e schiaccio il tasto verde sotto la scritta Nokia, poi avvicino il cellulare all’orecchio e rispondo.
«Sono Lorenzo. Senti, è durata più del previsto ma… è passata in commissione! Ema! Facciamo la radio!»
Ero in mutande, ricordo che mi appoggiai al davanzale della finestra, fissai i 38 gradi lampeggianti sul megaschermo piantato al tetto del palazzo di fronte, dall’altra parte della piazza e poi mi guardai in basso. In silenzio, sicuro delle mie emozioni. Avevo appena avuto un’erezione.

Soundtrack: Eddie Vedder – Hard Sun

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ME L’HANNO DETTO CHE MI IMITI

Rosario l’ho visto arrivare in radio, stamattina, cappotto scuro e occhiali da sole, a cavallo del suo destriero a pedali e due ruote. Come ogni volta, si avvicina al lato della strada su cui cammino, rallenta, esclama uagliò! o alza la mano in segno di saluto, poi continua a pedalare verso la meta. Non ci incrociavamo da un po’, in effetti. Una delle ultime volte io ero entrato in studio mentre era in onda e mi ero poggiato in fondo alla regia, come faccio sempre per non disturbare, con la schiena contro i pannelli di legno. Lui, passando dalla cabina, dove si conduce, da questa parte in regia, disse di punto in bianco «Campagnolo, ogni volta che ti vedo mi viene in mente il faro di Formentera. Non so perché ma se ti vedo penso al faro».
«Quale dei tre?» risposi di getto ma in realtà rimasi stupito. Stupito dalle parole che aveva messo insieme che suonavano bene, come una bella sensazione. Al di là della stima professionale di sempre è proprio vero che le esperienze in cui si vive totalmente a contatto miscelate ai caratteri folli di questo mestiere ampliano le nostre visioni della gente al punto da legarle a un simbolo, a un aneddoto, una di quelle cose che quando le racconti spesso iniziano con “eravamo io, Tizio, Caio e Sempronio” come se raccontassi di una cosa tra amici di sempre.
Penso che Rosario stia soffrendo particolarmente la perdita di Pino, che se n’è andato qualche giorno fa, come fosse un brutto scherzo o (e a me piace più dire così) come finisce di punto in bianco una bella canzone, che poteva benissimo sfumare lunga e invece finisce di netto. In gergo tecnico lo chiamiamo cut, taglio, proprio come la sensazione che dà quando avviene. In questi due giorni che ormai ci separano dal taglio ho letto tanto, ma solo sui pensieri di Lorenzo (Jovanotti) e Rosario mi sono soffermato davvero a pensare. Forse perché raccontano pezzi di storia, di quelle storie che si legano a un simbolo, che suonano belle, che sono cose tra amici di sempre.

L’avevo incontrato per quella che sarebbe stata l’ultima volta lo scorso novembre, Pino. Era venuto in radio per un’intervista e quando l’ho visto ero subito andato a salutarlo. Come ogni volta era accaduta una specie di magia: sapendo dei suoi problemi di vista volevo andargli molto vicino per essere sicuro che lui avvertisse la mia presenza. Ma neanche stavolta ce n’era stato bisogno, perché quando ero a tre metri da lui ecco arrivare puntuale “Uè Rosà!”, pronunciato con quella voce inconfondibile, risparmiando con indolenza una sillaba, come facciamo sempre noi nati e cresciuti da quelle parti. Sentire il mio nome scandito da quella voce era sempre un evento, qualcosa che facevo fatica a considerare reale. La imitavo quella voce, lui lo sapeva. Una volta su Radio Montecarlo lui era al telefono e io in studio. “Sei un impostore, il vero Pino sono io!” E lui: “Lo so chi sei, sei Pellecchia: me l’hanno detto che mi imiti!”
La mia vita e la mia carriera sono costellate da aneddoti legati a Pino. 1997, sono arrivato a Milano da poco. Lui viene per promuovere il suo nuovo disco e la responsabile della musica di 105 mi porta da lui e gli dice: “Pino, volevo presentarti il nostro nuovo acquisto, arriva dalle tue parti. Si chiama Rosario Pellecchia”. Lui si gira e fa: “Nientemeno? Rosario Pellecchia? Uà, chill è famosissimo!” Radio Kiss Kiss in quegli anni era un’istituzione a Napoli, e pur non avendolo mai incontrato a quanto pare sapeva chi fossi. Non avete idea di quanto a lungo quella frase abbia risuonato nella mia testa. Avevo 26 anni, ero appena arrivato a Milano per lavorare nella radio dei miei sogni, mi sentivo piccolo piccolo e quel giorno Pino Daniele mi aveva dato la sua benedizione: non potevo crederci!
È davvero complicato spiegare ciò che lui rappresenta per me, e per un sacco di altra gente: napoletani, italiani, musicofili, appassionati.
Un musicista straordinario, tanto per cominciare: uno che aveva amato musiche pazzesche e che con l’impegno e la dedizione, supportato da un talento fuori dal comune, aveva cominciato a creare la sua di musica, a quelle ispirata. E “quelle” erano il jazz, il blues, il soul: roba che in Italia in quegli anni si sentiva in maniera quasi clandestina, sulle nascenti radio private.
Pino le conosceva bene quelle musiche, erano il suo pane quotidiano, quasi la sua ossessione. Le suonava e risuonava sulla sua chitarra, tirando fuori note via via più magiche.
Il linguaggio, poi: il mio dialetto plasmato e messo al servizio di quel suono incredibile. Quasi un esperanto, nel quale confluivano il mediterraneo, l’Africa, l’America, i vicoli di Napoli e il sale del nostro mare, l’allegria e il dolore, l’Inferno e il Paradiso.
I suoi testi, lontani anni luce da un’intollerabile oleografia che troppo spesso riduce la mia terra a un ammasso di cliché, una macchietta, uno stanco susseguirsi di maschere.
“Napule a sap tutt ‘o munn/ma nun sann a verità”. Quella verità Pino invece la conosceva, e aveva urgenza di raccontarla, senza sconti, senza essere necessariamente simpatico. Lui come Massimo, due giganti inarrivabili della cultura italiana, ai quali si deve la più fedele e quasi epica distillazione del vero spirito di una terra straordinaria.
Un portavoce, un artista che col suo talento sopperiva all’impossibilità di noi comuni mortali di raccontare le nostre radici per quello che sono davvero.
Per questo ogni mio incontro con Pino era denso di emozione e gratitudine. Per questo la sua gente l’ha amato così tanto, come sta dimostrando in queste ore. Perché è una grande fortuna averlo avuto, e senza di lui sarebbe stato semplicemente diverso. Più piatto, meno interessante.
Prendere Napoli e la musica italiana e sottrarle in un colpo solo alle campane di plastica sotto le quali rischiavano di soffocare, consegnandole all’abbraccio della Verità: ecco cos’ha fatto Pino.
Grazie di tutto, dal più profondo del cuore. Non ti dimenticherò mai.

Rosario Pellecchia

Quel giorno di novembre ero in radio, al piano terra, avevo controllato i microfoni in studio e aprii la porta per tornare di là, nella stanza di regia dove si controllano le telecamere che registrano il video e gli strumenti e voci degli artisti quando si esibiscono dal vivo. A un baffo dalla porta che aprivo di colpo abitudinariamente, c’era Pino, che aspettava in silenzio.
«E’ sempre questo lo studio dell’intervista, vero?» mi chiese quasi sottovoce.
«Certo! Accomodati. Sono tutti su nell’altro studio, un minuto e vengono giù» e fuggii verso la fine del corridoio.
I miei contatti con gli artisti sono sempre fugaci e di poche parole, quelle utili, che danno informazioni semplici e, spero, esaustive, che possano mettere a proprio agio. Non ho mai capito il perché ma, nel mio intimo, adoro questi contatti quasi invisibili.
E vivrò, sì vivrò, tutto il giorno per vederti andar via, ché in questo viaggio siamo comunque tutti destinati a vederci, viverci per poi salutarci, perderci e ritrovarci, per un breve periodo o, chi lo sa, forse per sempre.

Soundtrack: Pino Daniele – Quando

ross e pino

UN AMMIRATORE

Ho quasi rischiato un mese senza blog, come fosse una punizione arrivata così, per caso. E’ che quando inseguo me stesso per i mille impegni poi penso poco al me reale, quello mortale. Di conseguenza non scrivo, non leggo, trascuro divani, sedie e poltrone. Mi piace chiamarli periodi formica, di quelli che si passano a fare avanti e indietro dal formicaio con qualcosa sempre sulle spalle, sempre in giro a fare raccolta per l’inverno. Quando non mi fermo per niente, però, vuol dire che ho in testa qualcosa, che mi sto scervellando, che ci sto lavorando, lo sto covando come l’uovo di dinosauro del nuovo Jurassic Park, sperando ovviamente che il dinosauro sia femmina e magari poco aggressiva da non sbranarmi al primo ciclo.
Settimana di feste, queste. Come ogni anno non ho fatto l’albero, mi preparo al brindisi di Natale coi colleghi delle tre radio e come ogni volta ormai da un bel po’, segno un più uno anche agli anni di Poli.Radio. Sono sette e sebbene biologicamente il cambiamento io lo senta ogni giorno che passa (ma non me lo confesserò mai perché sono più bimbosperduto che pirata) a me sembra come se non fosse passato un giorno, anzi, come se tutto fosse passato in un giorno solo. Uno, infinito, intenso, limpido e sfaccettato.
Rovistando tra il materiale di interi anni, per recuperare spezzoni da portare alla diretta del compleanno, ho ritrovato un papiro, sbucato fuori per caso, tra articoli di giornale ritagliati e impaginati male, link di vecchie puntate e di pagine che ricordo a memoria in ogni dettaglio. Un papiro curioso, che stranamente avevo quasi dimenticato. Una mail che era arrivata in redazione alla fine del 2008 e che raccontava una storia conosciuta ma da un punto di vista differente.

C’era una volta un gruppo di ragazzi che avevano la passione per la radio. Tutto ebbe inizio quasi per caso.
Un video su Youtube li fece incontrare, bastarono un pc, un mixer e un microfono chiusi in una stanza per fargli credere che fosse possibile. L’idea divenne progetto, il progetto piacque alle persone giuste perché si modellasse e prendesse forma, fino a mettere in piedi in pochi mesi un vero studio radiofonico, una vera redazione e una vera schiera di speakers e djs… insomma fino a diventare una vera radio sulle frequenze libere e senza frontiere del web: né AM né FM… Poli.Radio!
Il gruppo di ragazzi che la componevano cominciarono a sentirsi parte di qualcosa, qualcosa di grande, che poteva andare al di là del semplice passatempo. Le basi erano solide, l’identità c’era, il tratto distintivo si poteva riconoscere e le nuove idee la facevano crescere.
In breve tempo Poli.Radio era diventata una realtà che contava qualcosa, grazie alla convinzione di alcuni e all’entusiasmo di tutti.
La sua conoscenza è uscita dall’ambito universitario per cercare di lanciarsi sul palcoscenico cittadino. Cominciano le collaborazioni con discoteche, associazioni, eventi.
Poli.Radio si fa conoscere e apprezzare, c’è la buona volontà ma il talento è ancora acerbo, il traguardo ancora lontano per gente che ha creato tutto dal nulla e sta imparando da sola, coi propri errori e propri eccessi, a ritagliarsi il suo spazio nel panorama radiofonico. Poco a poco le potenzialità vengono definite, si capisce dov’è la linea da cui saltare e di conseguenza fino a che punto si può arrivare. Gli sforzi vengono indirizzati su obiettivi alla portata della radio.
Ed ecco arrivare la grande occasione. Quella che ti fa capire se hai preso le misure giuste, se hai fatto i compiti a casa, se hai studiato bene la teoria e sei pronto a metterla in pratica. A Poli.Radio è stato affidato l’incarico di essere la radio ufficiale della kermesse Innovation Circus a Milano, così si è trasferita a trasmettere dal centro della manifestazione in Duomo, ne ha scandito i momenti con la trasmissione Diary e ha reso le sue pareti trasparenti per il grande pubblico nel programma Freedom, si è fatta conoscere con spunti del suo palinsesto ufficiale e ha intrattenuto i milanesi con la sua musica frizzante.
Dopo un menu tanto ricco, Poli.Radio non poteva certo far mancare il dessert. Una festa di chiusura in grande stile, in una location d’eccezione, la Galleria Meravigli, un invito allettante con il primo drink gratis e una programmazione musicale alternativa con il collaudato che spacca e il nuovo che incalza della musica elettronica: i Deelay (Alex Farolfi e Paolino Rossato) da Radio Deejay e gli Amigdalax da Poli.Radio, che hanno aperto e chiuso la performance del duo di punta della serata.
Una iniziativa davvero originale per la piazza di Milano, che ha reagito con curiosità e interesse aderendo in massa ad questa serata nuova, diversa, innovativa. Proprio come il tema della kermesse che la radio degli studenti del Politecnico rappresentava.
Poli.Radio ha risposto alla grande a questo esame: i suoi direttori si sono impegnati al meglio perché tutto fosse possibile, il gruppo di speaker e dj ha risposto alla chiamata con un trasporto contagioso, gli Amigdalax hanno messo il loro emergente talento come garanzia…insomma tutti hanno contribuito a rendere Meraviglioso questo evento.
I sogni son belli, ma visti da vicino sembrano ancora più grandi.
Mentre ero lì, in mezzo alla gente che sulle onde elettroniche abilmente cavalcate dal vocalist ballava, urlava, ondeggiava le mani a ritmo e si divertiva, ho potuto notare la soddisfazione dipinta sui volti di tutti voi, che mischiati alla folla o dall’alto del palco sapevate di aver realizzato qualcosa di grande. Chi più chi meno, ma insieme.
Si poteva andare avanti a suonare tutta la notte e questo popolo avrebbe seguito la musica fino a non averne davvero più. Ma è stato bello anche così, staccando la corrente all’apice, lasciando nelle orecchie di tutti la sete di Poli.Radio. E i fischi e gli insulti della gente quando la musica ha smesso di illuminare la notte, per noi non erano che delicati arpeggi e cori d’angeli.
Alcuni potrebbero dire: “in fondo è solo una festa”. Bè, si sbagliano.
Perché dire “è solo una festa” significa non tenere conto del lavoro dietro. E soprattutto del futuro davanti. Dopo dieci mesi di vita, Poli.Radio domani si sveglierà più grande, più matura, più consapevole di sé e dei propri mezzi. Cresciuta.
Ricordate? Tutto ebbe inizio quasi per caso.
QUASI.
Perché il destino ti può dare una mano  e metterti davanti i primi 4 pezzi del puzzle, ma poi sei tu che li devi unire per realizzarne un disegno più grande.
La Notte delle meravigliElettroniche è stata un bel passo avanti.
Buona strada Poli.Radio.

Un Ammiratore

Quasi un articolo da giornalino disimpegnato ma scritto col cuore in mano, che ai miei diciannove anni avevo apprezzato nel ricevere, ringraziato e accantonato per andare avanti a guidare il treno in corsa. Adesso queste stesse parole ingiallite mi lasciano sospeso, forse davvero a qualche centimetro dal cuscino della sedia, a riflettere e guardare i ragazzi di oggi alimentare la caldaia della locomotiva senza sosta e correndo sui binari a trecento all’ora senza nessuna paura. L’adrenalina si dice non faccia sentire il dolore, il terrore, la fatica. Non so se esista qualcosa che mi inibisca le emozioni e il momento di adesso in cui, rileggendo per la terza volta, mi commuovo.
Negli anni mi sono chiesto se mai avessi mollato e immagino spesso il giorno in cui qualcosa mi allontanerà dal cancello di via Celoria 7 con sotto il pony che suona il clacson urlando «Ragazzi! Pizza!» ogni sera. Mentre attendo le pizze anche stasera e ascolto, fuori dallo studio, le trasmissioni dei ragazzi di oggi, mi sento fiero di crescere con e spesso anche prima di loro, con le loro nuove idee poco consapevoli ma geniali e i miei vecchi occhi da nuovo ammiratore.

Soundtrack: Queen – Who Wants To Live Forever

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MI RITORNI IN MENTE

L’ultimo giorno dell’estate è arrivato. La fine stagione si fa sentire sulle spiagge di Formentera. Matilda è partita senza lasciare indirizzo. Il vento s’infila nei muretti di pietra, e sotto i piedi. Il cielo è inesorabile. Gli intervalli di silenzio si dilatano, alle Baleari.
Epicuro raccomanda di limitarsi al presente, alla pienezza del piacere semplice. Bisogna preferire il piacere alla felicità? Anziché porsi domande sulla durata di un amore, godere dell’istante è il miglior modo di prolungarlo? Saremo amici. Amici che si tengono per mano, che si abbronzano baciandosi, s’interpenetrano con delicatezza contro il muro di una villa ascoltando Al Green, ma comunque amici.

Frédéric Beigbeder

Niente da fare. Sogno ancora la isla.
Non so perché (o forse lo voglio ignorare) ma entra sempre e comunque un suo pezzo dentro i miei sogni. Nei più belli mi allieta come fosse terra serena che mi accoglie, nei più brutti è invece il posto verso cui fuggire per risollevarmi.
Mi sveglio e sono sudato, come se l’avessi fatta a piedi quella corsa. Non ricordo però se ero inseguito o io stesso inseguivo qualcuno. Sembrava fosse un gioco ma allo stesso tempo una lotta contro l’altra parte di me, quella triste. Mi convinco di averla abbandonata da qualche parte, fatta a pezzettini e lasciata cadere sparsa per terra mentre me ne vado, come a lasciarmi una scia di briciole per ritrovare la strada di casa. Poi tiro su la testa e li vedo, davanti a me, i suoi occhi nascosti dai capelli mentre volta lo sguardo in avanti.
Forse ti lascia un segno, dentro, qualcosa in cui sperare. Forse è solo lo strano effetto della isla che colora ogni incontro a suo modo, che è un modo diverso dal solito. Forse è soltanto l’idea di quel faro che spunta in fondo alla via, alla fine della salita, che indica il punto da raggiungere per tuffarsi giù una volta per tutte e scoprire cosa c’è, di nuovo e bello, al di là di tutto questo che già conosco fin troppo.

Soundtrack: Weezer – Island in the Sun

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EN LA ISLA

Casa Le Moult. Eccomi a Formentera per finire questo romanzo. […]
Ascolto il rumore del mare. Rallento finalmente. La velocità impedisce di essere se stessi. Qui le giornate hanno una durata leggibile nel cielo. La mia vita parigina non ha cielo. Ideare uno slogan,  faxare un articolo, rispondere al telefono, veloce, scappare di riunione in riunione, mangiare un boccone di corsa, in fretta, in fretta,  filare in scooter per arrivare in ritardo a un cocktail. La mia esistenza assurda esigeva una frenata. Concentrarsi. Non fare che una cosa alla volta. Accarezzare la bellezza del silenzio. Godersi la lentezza. Ascoltare il profumo dei colori. Tutte cose che il mondo vuole proibirci. 
[…]
Formentera, piccola isola… Satellite di Ibiza nella costellazione delle Baleari. Formentera è la Corsica senza le bombe, Ibiza senza i locali, Moustique senza Mick Jagger, Capri senza Hervé Vilard, i Paesi Bassi senza la pioggia.
Sole bianco. Paseggiata in Vespa. Calore e polvere. Vegetazione secca. Mare turchese. Profumo di pini. Canto dei grilli. Lucertole impaurite. Pecore che fanno bèèè.
“Bè, cosa?” rispondo io.
Sole rosso. Gambas a la plancia. Vamos a la playa. Stelle di cielo. Gin con limón. Cercavo la quiete, è qui, dove fa troppo caldo per scrivere frasi lunghe. Si può riposare in pace anche da vivi. Il mare è colmo d’acqua. Il cielo si muove in continuazione. Le stelle filano. Respirare aria dovrebbe essere sempre un’occupazione a tempo pieno.

Frédéric Beigbeder

Strade sulla terra polverosa che non conosco in cui potei perdermi solo a pensarci. Strade nel cielo che non me ne vengono nemmeno le parole ma è come se le conoscessi da una vita al solo alzare lo sguardo per cercare di capire dove vanno a finire.
La isla mi dà energie così come poi me le succhia. Tutto ciò che mi regala se lo riporta via, può sembrare una triste condizione ma in verità è una meraviglia senza impegno: un mix continuo di emozioni che viene digerito non appena ingoiato, senza passare per lo stomaco. Sono queste le sensazioni che mi lasciano senza fiato e allo stesso tempo mi rilassano totalmente.
Dire non andiamo più via di qua sarebbe ipocrita e patetico ché, come tutte le abitudini poi, si finisce per odiarle, le cose. E io invece ho un sano bisogno di amare, adesso. Forse di amare più me che un contesto grande come la isla. Ma nello stesso tempo in cui lo nego io lo so già di esserne perdutamente innamorato, di questo posto, di questi panorami e scorci di terra e cielo diversi dal resto del mondo, che mi ricordano quasi casa ma hanno allo stesso tempo un sapore diverso. E mentre cerco di dire di no, che ora andiamo avanti senza guardarci indietro, potrei benissimo confessare di esserci rimasto pesantemente sotto, a questa isla, in un modo strano, come quando ci si innamora dopo un rapporto occasionale. Sconosciuta è la isla, bella e seducente, una delle donne più affascinanti che abbia mai scoperto e violato. Sorprendenti i luoghi, i personaggi che la popolano e gli amici con cui divoro queste briciole sparse sulla tavola come fossimo affamati di vita.
Me ne sto seduto fuori, in mezzo alla strada, sotto un ombrellone, a due tavolini accostati che fanno un tavolino per quattro. Occupo la mia metà parte ma nessuna delle ragazze che servono in sala, anche quando il bar si riempie di affamati per la colazione, mi chiede di spostarmi. Loro passano, mi guardano, aspettano che io ricambi, mi sorridono e passano oltre. «Hola, ¿qué tal? – Buongiorno, volete ordinare?» chiedono in giro. A volte passandomi dietro mi sfiorano poggiandomi le mani sulle spalle. Mi piace essere stuzzicato e accarezzato da mani sconosciute, e sono certo che loro questo non lo sanno ancora.
Questa mattina sono uscito presto di casa, con due ore di sonno sulle spalle, ho chiuso la valigia e lasciata insieme alle altre pronte per partire. Ho abbandonato tutti mentre dormivano, preso il motorino e sfrecciato verso Sant Francesc per fare l’ultima colazione dal Losio. È naturale per me avere un posto in ogni parte del mondo in cui mi ritrovo, un posto in cui mi senta libero, che mi faccia sentire davvero me stesso. A Formentera ne ho trovati due: uno totalmente selvaggio, al faro di Cap de Barbaria a strapiombo sul mare, e uno più conviviale, immerso nel paseo del capoluogo della isla: il bar di questo personaggio singolare che ai tempi fu manager di Lorenzo (Jovanotti ndr) ma fu anche tante altre cose e tante altre persone. Se sei sulla isla non puoi non innamorarti di questo luogo e non puoi non innamorarti del Losio che gira tra i tavoli e sta dietro al bancone.
Leggo, mangio yogurt, toast e divoro frutta e centrifughe. Distendo le gambe sotto il tavolino alla francese e prendo appunti guardandomi attorno. La strada è totalmente bianca, sia per terra che sulle pareti degli edifici bassi, il sole che è quasi in centro riflette ovunque e acceca come fossero dieci fari da posa accesi in studio. Godo del venticello che arriva sul collo e che non mi fa pensare al fatto che mi stia scottando la pelle, ancora una volta. Silenzio tutto attorno, si sente solo il brusio in varie lingue impastate della gente che mi mangia attorno. Questo posto fa fermare il tempo nella mia mente e anche l’orologio di uno dei due cellulari poggiati sul tavolo, l’altro mi ricorda a un certo punto che devo andare al porto, prendere un traghetto e fare quello che abbandona.
Mi alzo, pago, lascio tutto il resto nel barattolo delle mance, senza guardare nemmeno quanto sia. Il Losio mi fulmina con lo sguardo e mi insulta. «Che cazzo fai? Sei matto? Riprendili subito!». Mentre scoppia a ridere viene ad abbracciarmi e gli dico la solita frase fatta del tipo non facciamo quelli che si perdono di vista.
«Mi sa che ci vediamo in radio da voi, che tanto L, quell’altro, ha già messo una taglia sulla mia testa» mi risponde ironicamente.
Abbraccio i ragazzi, che promettono di venirci a trovare nella città, appena rientrano dal paradiso. Esco fuori con lei, ché ho voglia di un saluto diverso, e non posso non ammettere di aver perso un po’ la testa per quegli occhi e per tutto quanto.
Si siede sul divano, mentre le sto in piedi davanti, questa posizione mi imbarazza tanto quanto mi fa pensare oltre i limiti di quel che sta accadendo. Lei tira fuori la penna e scrive qualcosa che mi piazza in mano. Poi ripone tutto nella tasca del grembiule e mi abbraccia mentre mi bacia, e sorride.
Vado via ché non amo gli addii, cammino per la piazza con la chiesetta bianca facendo ruotare sul dito il portachiavi della radio con la chiave del motorino. Mi tocco le tasche per essere certo di aver preso tutto prima della partenza. Tiro fuori il portafogli e mi fermo a sorridere un secondo, in piedi, con il casco appena allacciato sotto il mento. Di una cosa mi rendo conto e rimango affascinato totalmente, mentre guardo il biglietto piegato insieme allo scontrino tra le dita: le ragazze belle e con gli occhi chiari scrivono ancora il numero di telefono su un fogliettino di carta.

Big Store Formentera - Losio

DONNE CON LE SPINE

La prova che la nostra generazione è mal messa è il successo delle trasmissioni che parlano di sesso alla radio e alla tv, e l’infima percentuale di ragazzi che usano il preservativo per fare l’amore. Questo attesta che sono incapaci di parlarne normalmente. E se i giovani sono ridotti così, figuriamoci i giovani borghesi… Una catastrofe.
Alice non ha frequentato ambienti marci. Lei considera il sesso non come un obbligo, ma come un gioco di cui conviene scoprire le regole prima, eventualmente, di modificarle. Non ha nessun tabù, colleziona i fantasmi, vuole esplorare tutto. Con lei, ho recuperato trent’anni di ritardo. Mi ha insegnato ad accarezzare. Le donne, bisogna sfiorarle con la punta delle dita e della lingua; come avrei potuto indovinarlo se nessuno me lo avesse detto? Ho scoperto che si poteva fare l’amore in un sacco di posti (un parcheggio, un ascensore, i gabinetti di un locale notturno, i gabinetti di un treno, i gabinetti di un aereo, e perfino fuori dai gabinetti, sull’erba, in acqua, al sole) con ogni sorta di accessori (sado, maso, frutta, verdura) e in ogni sorta di posizione (sottosopra, soprasotto, scambio dei ruoli, legato, legante, flagellante di Siviglia, giardiniere dei Supplizi, distributore di bevande, pompa di benzina, mangiatrice di serpenti, domina demoniaca, 69 e altri numeri acrobatici). Per lei sono diventato più che etero, omo o bisessuale: sono diventato omnisessuale. Perché limitarsi?
Voglio scopare animali, insetti, fiori, alghe, soprammobili, mobili, stelle, tutto quello che ci sta. Ho perfino scoperto di avere una sorprendente capacità d’inventare le storie più incredibili solo per sussurrargliele nell’orecchio durante l’atto. Un giorno, ne pubblicherò una raccolta che schioccherà chi non mi conosce bene. In realtà sono diventato un vero e proprio maniaco perverso polimorfo, in poche parole, uno che se la gode. Non vedo perché solo i vecchi avrebbero diritto a essere libidinosi.
Riassumendo, se una storia di sesso può diventare una storia d’amore, il contrario è rarissimo.

Frédéric Beigbeder

«Le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto»
«Sì… e un orsetto di peluche sopra per far sembrare la caverna del drago un castello di principessa!»
«Questa citazione non la conosco… ma mi piace»
«L’ho appena inventata. Sono o no un cantastorie?»
«Eh sì, lo sei. Ma solo se non te ne vanti. Io ho il panda come peluche.»

E poi finisce così: complimento più spina. Subito. Sul dito. Ahi! E la spina guarda caso me la becco sempre io, che prima sono azzeccante, poi un cantastorie, poi nerd, superquark, milanese, hipster, ancora più hipster. Più che il dolore e il fastidio della spina a me il pungente fa sorridere. Sono gusti. C’è a chi piace il piccante, c’è a chi piace il pungente.
La storia delle donne che sono come i fiori, le piante e tutto il resto infatti è vera, mica me l’ero inventata. E quando le donne sono cactus c’è poco da fare. Forse provare ad accorgersene e basta.
Ci sono quelle più antiche, dal fusto poco succulento e legnoso, dalle foglie lunghe e attraenti, ma che in caso di siccità improvvisa si afflosciano subito e muoiono. Ci sono le più giovani, dal corpo appiattito e spine speciali quasi di forma sferica e poi quelle dal fusto corto, dalle foglie piccole e dai fiori solitari.
In generale le donne cactus prediligono terreni sciolti, aerati e leggeri. Le specie forestali amano i terricci umidi pieni di insenttini e vermetti, mentre le restanti gradiscono una componente dominante di natura minerale, il cosiddetto uomo-roccia o coso-duro, fate voi.
Insomma, non sembrerebbe ma ne siamo circondati. Un po’ come nella teoria della conquista da parte degli alieni o dell’invasione dei dinosauri riemersi dai fondali oceanici, solo che, in questo caso, ne siamo già consapevolmente soggetti e scioccamente attratti.
Alcuni lo chiamano magnetismo, chimica di coppia, attrazione fatale, eterosessualità. In fondo è banalmente il cosiddetto istinto primitivo, come quello di battere la roccia fino a farla rompere e cadere sui piedi, per poi bestemmiare. Te la cerchi e te la prendi. Causa ed effetto.
Importante che la spina, almeno in quei momenti lì (quelli da imboscamento selvaggio), non finisca sul fianco o, peggio, da qualche altra parte.

Cactus-Feltro