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Categoria: songs

SORPRENDITI (DOVERI E VOLERI)

Parla e apri la mente, dovresti farlo tutte le volte.
Continua ad esplorare, a cercare e trovare.
Sai che dovresti sorprenderti.

Parla senza macchia o senza dar peso ai dubbi che dovrebbero abbracciare il tuo cuore,
la calma e il caos della tua anima.

Prendi una penna e scrivilo, disegna qualcosa che non può essere trovato
e impara a camminare di nuovo, in qualche modo.

Amore, se solo sapessi le volte che il treno ha fregato anche a me
e mi ha portato via da un posto che conoscevo.
Questo mi aiuta a sorprendermi.
S
ai che tu puoi sorprenderti, quindi lascia perdere tutto e sorprenditi.

Jack Garratt

Dovrei scrivere che fuori piove ma sarei ripetitivo e monotono, quindi dico che fuori diluvia che Dio la manda così per cambiare un po’.
Vorrei capire se a sentirmi strano sono solo io o il mondo intero, ché questo periodo pare essere un mezzo disastro per quasi tutti, una sorta di buco nero che come diceva Freccia alla radio Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n’ roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Vorrei guardare il calendario su google e sorprendermi di vederlo vuoto o con due, tre appuntamenti colorati in totale, e non due, tre, quattro, cinque, sei ogni giorno.
Dovremmo avere il tempo di pensare che c’è troppo tempo da riempire e sorprenderci di non essere in grado di pensare a come riempirlo; lasciare a casa i pensieri, chi ci vuole male e ci riempie la vita di negatività e uscire sbattendo la porta liberandoci dei casini, come fanno nei film.
Dovreste avere un weekend da investire in relax e visite culturali, a godervi un tè caldo sul divano in silenzio e poi dormire in due a letto incastrati come mattoni da tetris.
Dovreste svegliarvi tra le lenzuola spiegazzate, anche se erano state stirate appena ieri, accorgervi che fuori sta piovendo e non dover dire «Vorrei restare ma devo andare» sbuffando e cadendo ancora una volta indietro sul cuscino.
Dovreste avere il tempo da investire sull’amore e non un amore da investire in tempo come un fondo pensione ché è per il futuro o in tangenziale, che crea chilometri di code ed è fatale per qualcuno.
Vorrei trovare il tempo in cui baciarsi era clandestino e si finiva a nascondersi anche sotto al tavolo in cucina come i bambini che giocano a fare i grandi e scappano dai grandi che litigano come i bambini.
Vorrei qualcuno che mi dica di esprimere un desiderio e sia testimone che la candelina dei miei ventotto anni l’ho spenta e spezzata davvero, mentre stringevo il mio pensiero felice.
Dovremmo avere sempre qualcuno incuriosito che ci chieda
«Che desiderio hai espresso?»
e noi fregandocene delle superstizioni rispondere immediatamente
«Tu».
Se dovessimo essere quelli che si fanno domande vorrei che fosse tutto un
«Mi vuoi? Ma quanto mi vuoi?» come nella pubblicità del telefono, quando non ci preoccupavamo di dover pagare le bollette.
E se dovessi esprimere qualcosa, tra la rabbia e la delusione dei giorni difficili che non ci meritiamo, è sapere di essere amato come quando non era possibile e ci si amava comunque.

Soundtrack: Jack Garratt – Surprise Yourself

kiss in kitchen

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TRA LO SHOW E LA PARTE NASCOSTA DEL MONDO

E io dovrei comprendere se tu da un po’ non mi vuoi. Non avrei mai capito te ma da capire cosa c’è.
Dovrei tornare a casa e poi, se il fiato ce la fa, parlarti del mio mondo fuori, dei miei pensieri, poi scoprire che vuoi dormire, che non mi senti più.
Son quello che respira piano per non svegliare te, che nel silenzio fu felice di aspettare che il tuo gioco diventasse amore, che una donna diventassi tu.
Noi due nel mondo e nell’anima, la verità siamo noi. Basta così e guardami, chi sono io tu lo sai.

Pooh

Spesso ci si chiede cosa c’è dall’altra parte della barricata, dietro il filo che separa la zona del palco in luce con quella totalmente in ombra, la parte fuori dal campo di ripresa delle telecamere dove sembra non esistere un ordine reale delle cose e delle persone.
Lo chiamano backstage. Il dietro le quinte. È il luogo in cui vivo. Il luogo in cui non ci si siede mai, perché non ci sono sedie per rilassarsi, il luogo in cui ogni centimetro quadrato è vitale per avere sotto controllo tutta la situazione, in cui ogni rumore è deleterio perché può disturbare lo show e gli unici che ne hanno il permesso sono i click dei fotografi che scattano come se sparassero ad una fucilazione di massa. È il posto in cui se devi spostarti da un punto all’altro devi correre, perché vuol dire che c’è un problema da risolvere in tempo zero, il posto in cui se sei stanco puoi al massimo inginocchiarti, come un ricevitore sul campo di baseball, ma senza mai perdere di vista la palla e il battitore che corre per conquistare le basi e fare punto.
Al di là di questo strano campo da gioco, poi, c’è il pubblico. Il regalo che speri di ricevere anche quando lavori senza sosta con la febbre addosso e le gambe che cedono. L’unica vera carica che ci tiene in piedi. Se facciamo tutto questo è perché questo regalo ci fa stare meglio, se lo spettacolo è la linfa vitale di questa pianta che cresce, il pubblico, al di là del palco, ne è l’impianto di irrigazione continua.
Sono passati sette giorni dalla fine del festivàl, e guardando questa foto mi torna tutto in mente, anche la febbre.
Me ne stavo lì, in centro, con i Pooh (tutti i Pooh) di fronte, con una mano davanti alla bocca a far segni verso la regia, gli auricolari fissi nelle orecchie e il filo penzolante inserito nei miei ricevitori attaccati ai pantaloni, con un piede in luce e l’altro in ombra.
A cavallo tra lo show e la parte nascosta del mondo.

Soundtrack: Pooh – Noi Due Nel Mondo e Nell’Anima

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BORA

«Come si sta lì? Qui freddissimo»
«C’è la bora ma si sta bene, soffia solo tantissimo. Fa freddo a Milano?»
«Sì, freddo. Ma la bora è fredda!»
«Sì ma non mi dà fastidio. Mi ricorda il vento invernale siculo e Trieste è molto simile a casa mia, ma col mare in più»
«…e con quindici gradi in meno!» e sorrise, una di quelle sue risate che per messaggio non si possono ascoltare ma nella mia testa sì.

Partire per Trieste non è stato semplicissimo, in questi ultimi giorni. Giorni di silenzio dentro, per me, silenzio come quando finisce la canzone in radio e non parte niente dopo. In gergo tecnico si chiama buco. E ancora oggi giochiamo a urlarcelo, tra tecnici, quando qualcuno combina la cagata in regia e buca in diretta. Un gioco cinico e umiliante. Il segreto è recuperare il prima possibile senza farsi distrarre da mille persone che ti urlano BUCO! nelle orecchie. Carini e simpatici, insomma.
BORA! Io ho urlato questo, scendendo dal treno e andando incontro a Enrico, che mi aspettava a fine binario.
Bora. Che vuol dire vento. Vento forte che ti fa camminare inclinato come Michael Jackson nel video di Smooth Criminal, altrimenti vieni spazzato via.
«Primo giorno di vento, sei fortunato!» mi dice Enrico.
«Beh un bel benvenuto, non me la ricordavo quasi più» gli rispondo sorridendo e tirando la sciarpa sul naso e tossendo nel mentre.
«Fatto buon viaggio?»
«Sì, dai! Ho dormito tutto il tempo».
Dormito tutto il tempo fino alle ultime gallerie. E poi mentre mi stropicciavo gli occhi è sbucato fuori il mare, dietro l’ultima galleria. Era Trieste, ed erano anni che non passavo di qua.
Ho improvvisamente avuto un flashback. Il ricordo di una galleria, in un pomeriggio di luglio, che lasciava vedere il mare subito dopo. Ero in macchina con Moko e Phil, direzione Genova. Una di quelle follie di fare Milano-Genova e ritorno in poche ore per raggiungere la Vale e festeggiare il suo compleanno in riva al mare, di notte.

«Ema, adesso ti faccio ascoltare una storia triste, magari oggi non ti dice niente ma prima o poi ti ci ritrovi. E lo capirai subito quando sarà…»
E dal lettore cd fa partire L’Astronauta di Lorenzo. Un racconto di fantascienza a fumetti in bianco e nero, per parlare di lontananza, per parlare d’amore.

Fai tornare indietro il tempo
Fammi rivedere il mondo
Fammi vivere la vita fino all’ultimo secondo
Il segnale è debolissimo
Rispondigli
E ditele che sto pensando a lei
Che l’ultimo pensiero è solo lei, soltanto lei

E, a finestrini abbassati, col vento che entrava in gola, il ritornello andava a palla anche fuori in autostrada. E quello era vento caldo, di quelli appiccicosi di metà luglio.
Pochi giorni prima avevo incontrato Chiara. Chiara era bella, solare, matta e gelosa di Annalisa.
In quel momento ho pensato che avrei fatto se l’astronauta che sta per schiantarsi contro l’asteroide fossi io e, no, se non ci fosse proprio niente da fare. A me è venuto in mente l’immagine di quella ragazza che sorrideva davanti alla granita al limone ghiacciata mentre si raccontava. Mentre ci raccontavamo per la prima volta.
Riparto da Trieste, oggi, con una scaletta da sistemare in poche ore perché stasera si va in diretta mondiale. Apro le mail e inizio a leggere, memorizzare, contare, rispondere al telefono e organizzare blocchi e turni. Ogni mail e telefonata inizia con frasi del tipo “Lo so che ti sto stressando”, “non mi odiare”, “giuro che questa è l’ultima”. Mi fanno sorridere e mi fanno capire ancora di più che questo gioco della radio, che amo, è diventato il mio impegno che non mi fa dormire neanche in treno.
Metto le cuffie per distrarmi mentre scrivo e lancio spotify in modalità radio. A sorpresa Lorenzo parte a cantare L’Astronauta.

«A Ragusa fa freddo d’inverno eh!»
«Non mi distruggere un mito. in Sicilia fa caldo. Punto :P»
«Ahahah. Fa anche caldo. Anche»
«Solo».

Chiara è una canzone. Di quelle a botta e risposta. Quella che forse non ho ancora scritto e che lei ha ancora vergogna di cantare. Ma è il pensiero che ritorna quando tra una galleria e l’altra vedo ancora il mare, prima di abbandonare il vento freddo e lanciarmi a velocità contro le montagne e tornare a casa.

…il segnale è debolissimo
Rispondigli
E ditele che sto pensando a lei
Che l’ultimo pensiero è solo lei, soltanto lei.

Soundtrack: Jovanotti – L’astronauta

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DISTRAZIONI AL BAR

Come al Mattino quando attendi un buongiorno. Il mattino ha l’oro in bocca, che ho sempre immaginato come un tesoro di monete di cioccolata da mangiare. Se do un nome al tesoro, e ne scandisco ogni lettera, sento il gusto di ogni nota venire in scala veloce, una dietro l’altra, sotto le dita.

Mi ero promesso di rifarlo. Scrivere ovviamente. Perché ci sono quei periodi in cui mi sento una mina di parole vagante pronta ad esplodere e allora butto tutto giù, come fosse troppo caldo fuori da bere alla goccia anche un intero litro d’acqua congelata. Il rischio, si sa, è quello della congestione. E di congestione si può morire, lo sapevate?
E poi ci sono quei momenti invece in cui me ne sto per i fatti miei, prendo appunti, scatto foto, scarabocchio fogli e suono in giro il pianoforte. Ma non scrivo. Niente. Non una parola. E in realtà quando poi ci penso mi sento comunque una mina innescata ma pronta ad implodere. Non so in effetti cosa sarebbe meglio tra il fare Boom e il fare mooB, perché è così che fa il rumore dell’implosione, no?
Qualche settimana fa è uscita pubblicamente la mia playlist personale sul canale di spotify della radio, quella playlist fatta di canzoni nuove che però rispecchiano molto anche me. Se penso a qualche mese fa, quando l’avevamo concepita ed era ancora tutto molto vago, non avrei mai immaginato che Private Records potesse essere addirittura un nome papabile da dare al canale, ché le mie cose private, così come anche la musica che ascolto quando me ne sto da solo, di solito le lascio a casa a vagare nei cassetti tra le mutande e i calzini. Invece di punto in bianco, senza neanche aspettare che passasse l’estate, Billo un giorno mi dice che pubblicherà le playlist, il giorno dopo, facciamolo e basta.
Penso sia diventato un nuovo lavoro, quello di ascoltare decine di tracce al mattino presto mentre vado in radio in metropolitana, e poi selezionarle, dividerle per i giorni della settimana e sputarle fuori pian piano, cercando un senso logico ma soprattutto musicale. Perché sarò un disordinato cronico, nella mia testa, ma nel momento in cui qualcun altro deve starci dentro oltre me, voglio che sia un disordine chiaro, per lo meno gestibile, e sicuramente affascinante.
Il motivo è semplice, forse vanitoso da un certo punto di vista: la mia mente mi affascina, mi soddisfa e mi fa anche incazzare. La cosa bella di tutto questo è che di punto in bianco poi non mi capisco più e quel disordine controllato diventa una cameretta con tutto in giro: dai vestiti, ai pupazzi, ai quaderni, ai cavi e alla musica. E in questo caso sarebbe Boom.
Uscendo da lavoro, pochi giorni fa, ho incontrato un amico che non vedevo da tempo. Lui sta sempre in giro, ed era vicino alla radio per alcuni incontri con dei discografici. Ci siamo seduti e abbiamo preso un caffè, raccontandoci storie degli ultimi mesi.

«Ho sentito la tua playlist, c’è bella roba dentro. E pure la tua faccia c’hai messo!»
«Non potevo non mettercela – e mi ha fatto ridere – Ho capito che sono brutto ma se dev’essere mia allora è mia in tutto»
«Senti, ma come fai? Come credi possa essere quella giusta, la canzone che metti dentro? Perché lei e non un’altra? Con quale potere?»
«Non mettermi in mano poteri magici che non ho. Forse è il lavoro più difficile e facile allo stesso tempo, questo che mi tocca fare per scegliere i brani. C’è la fortuna che li giustifica il loro essere brani privati e che quindi mi piacciono.»
«Sì ma gli ingredienti quali sono?»
«Prendi il tuo giorno più bello o il più triste. Il lavoro più schifoso e più figo che hai fatto. La litigata di sempre e le lacrime. La ragazza che ti piace, gli amici che ti tradiscono e quelli che ti risollevano. La tua vacanza più serena. La nostra isola e il mare incazzato d’inverno che conosci bene quanto me. Semplicemente ascolto e mi lascio andare.»
«È come se scrivessi, o suonassi qualcosa. Tu sei così, ti conosco» e lo diceva sorridendo. Lui mi conosce.
«Quindi nelle ultime canzoni ci sono le tue storie. Le donne che ti piacciono. C’è qualcuno che ti distrae».
«Oh beh, no. Non ci sono distrazioni nella playlist»
«E allora dove? Sputa fuori!»

Mi incuriosì la sua domanda. Forse mi conosce davvero anche se non ci vediamo da un po’, pensai.
Presi il telefono, gli passai un auricolare e schiacciai play su una registrazione che avevo fatto quel mattino all’alba, al pianoforte, venuta fuori così di getto.
Ascoltò qualche secondo, poi tolse la cuffietta dall’orecchio e me la porse. Si distese indietro sulla sedia e mi guardò.
«Beh – disse a voce bassa – Lei è davvero molto bella».

Soundtrack: Emanuele Campagnolo – M. (Piano Piece)

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SOSTENUTO

sostenuto agg. [part. pass. di sostenere]
*Didascalia musicale (abbreviata “sost.”) che originariamente servì per indicare che le note dovevano essere tenute per l’intero valore.

Raramente mi riascolto al pianoforte. Se ne ho bisogno so di trovarlo lì, nell’angolo, mi siedo e inizio a suonare. Nulla di già fatto, già sentito, ogni volta finisce che suono una cosa nuova.
Se sono costretto a pensare, allora penso a un posto diverso da qui, a un odore diverso dal mio, a un colore strano a cui nessuno ha ancora dato un nome, a una persona che non vedrò ancora per molto. O per un po’. Sta tutto nel modo in cui interpretiamo il tempo. Il modo in cui ci hanno insegnato a percepirlo, da bambini, se qualcuno lo ha mai fatto. Di insegnarcelo, il tempo, intendo.
La tastiera può farlo e sembra strano come dei pezzi d’avorio, di legno o di plastica che siano, possano scandire emotivamente il tempo e allo stesso modo essere il mezzo per portarci da un’altra parte. Non starò qui a descriverti i miei, di posti strani in cui mi porta la musica, soprattutto la mia. Dimmi dove porta te, e se ti porta un po’ più vicino di così, ché ci sono ancora certe distanze che non capisco, come fossero distanze di sicurezza che non so misurare.
Mi siedo al piano e suono sostenuto, come se le dita non volessero toccare dentro e infilarsi tra i tasti neri. La melodia la conosco già, che è mia, non mi sono mai chiesto se qualcun altro avesse già fatto le stesse note e, se in tal caso, che posto avesse visto mentre la suonava. Il piede è fisso sul pedale come se si dovesse cambiare marcia in corsa e stacca veloce prima di tornare. Mi interrompo, apro internet e la cerco, l’originale, che avevo inciso un anno fa e non ricordo nemmeno pensando a cosa. La mia preferita di sempre e mai dedicata finora. La melodia è timida ma avvolgente, come un pensiero che non se ne va.
Vai a letto presto che devi recuperare sonno prima di fare la valigia per Formentera.
Ogni qualvolta mi dico così finisce poi che quando guardo l’ora è già troppo tardi. Sto ancora ascoltando, e ho un po’ di punti fissi nella testa: rumori e ronzii che non vanno via facilmente, desideri che a voce non riuscirei a mettere insieme e sputare fuori, neanche nel mio momento più sfacciato. Spengo ogni luce, adesso che fuori è buio non c’è scusa che tenga per non guardarsi in faccia e dire la verità. E se c’è vergogna di aver peccato, al buio riuscirei a parlare, così come a suonare veramente.
Vieni qui e portami fuori, a scavalcare uno di quei tuoi cancelli di notte che non c’è adrenalina da sentirsi scorrere addosso che tenga, forse c’è solo desiderio di evadere da qui quando ci sta troppo stretto.

Soundtrack: Emanuele Campagnolo – Sustain (Piano Solo)

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PRIVATE RECORDS

La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie. Comunque… Ecco come non fare carriera: a) perdere la ragazza; b) piantare l’università; c) lavorare in un negozio di dischi; d) restare nei negozi di dischi per il resto della vita. Vedi quelle immagini della gente di Pompei, e pensi: che assurdità! Una partitina a dadi dopo il tè e zacchete: per qualche migliaio di anni la gente ti ricorderà così.

Nick Hornby

Le chiamano così, le canzoni del cuore, perché credo che in qualche modo te lo sfondino davvero, il cuore, a furia di ascoltarle. Che poi se volessimo fare quelli seri e guastafeste dovremmo parlare di emozioni e quindi di testa, quindi non di cuore, quindi lasciatemi stare che è troppo presto per mettere insieme le parole, di prima mattina.
Già, perché d’estate mi perderò l’alba ché c’è già luce alle cinque quando apro gli occhi (e definirli aperti è già una falsa botta di autostima) ma la solita brutta abitudine di dormire tre o quattro ore a notte non mi aiuterebbe neanche fosse già mezzogiorno col sole in faccia e il mare a due passi.
Tornavo tardi da Expo, ieri sera, e in treno c’era la fiera delle teste basse. Era pieno, con addirittura qualcuno in piedi o seduto sui gradini tra primo e secondo piano. Tutti-a-testa-bassa. Addormentati, doloranti, stanchi, affranti, depressi. Forse tutti ascoltatori di canzoni pop, di sicuro tutti detentori di una canzone del cuore.
Metto le cuffie, per non addormentarmi, e faccio play a caso senza guardare cosa e come.
Parte la mia playlist, quella che ho chiamato Private Records quando Billo, da buon direttore artistico, mi ha detto che pensava di buttar fuori su spotify una mia selezione molto personale, fatta di brani nuovi, ancora inascoltati, che potrebbe accompagnare la gente a casa dopo il lavoro, dopo un viaggio o anche solo una giornata impegnativa.
Così, non essendo ancora pubblica, gioco ad ascoltarla io stesso il più possibile, come fosse un piccolo segreto ancora non svelato.
Come prima traccia suona la nuovissima Indulge di Jones, una morettona riccia dell’Est di Londra che con questa sua ballata mi ha catturato della serie prendimi e fammi quello che vuoi. Quando mi capita, anche per caso in questi giorni, la ascolto a palla e di continuo, come se non esistesse altro che il loop e in realtà poi il loop sono io stesso che porto indietro la manetta col dito e rischiaccio play. Dice tipo sono dipendente dalla tua mente, non posso resistere al tuo modo di essere e quando sorridi mi tieni come in prigione. Ciao proprio. Ne vogliamo davvero parlare? Cioè le ascolto e volta dopo volta mi chiedo per quale tipo di maledizione al mondo non le ho scritte io? Ché io poi le scriverei, in questo periodo altroché se le scriverei.
Scrivere una canzone mi è sempre stato difficile. Sono bravo con le melodie, a trovare gli accordi giusti in tempo zero così come mettere di fila le parole davanti al microfono in radio, pur non sapendo cosa dire. Ma quando penso alle canzoni, alle poesie, ai versi stretti, belli e finiti in pochi secondi, no. Non ce la faccio proprio.
Ecco dunque come non farò carriera: a) ho perso la ragazza (e anche più d’una); b) ho piantato l’università; c) lavoro in radio; d) penso resterò in radio per il resto della vita. Aggiungerei una e) compongo melodie ma non scrivo canzoni. Ah, e le compongo ad orecchio, non chiedetemi di disegnare pallini e stanghette sul pentagramma.
Se ci penso, in effetti, non sono uno che si concentra subito sul testo, forse non lo faccio neanche dopo venti ascolti dello stesso brano. Se non mi smuove la musica, se non mi va in cortocircuito qualcosa dentro, allora vado avanti, possibilmente non do nemmeno una seconda possibilità alle parole. Che stronzo, in effetti, ora che ci penso.
Me ne sono accorto in metropolitana, mentre riascoltavo la playlist, in modo random però, per capire se c’è qualche disco che potrebbe cozzare irrimediabilmente con qualcun altro. Solo che al posto di essere critico e concentrato mi viene voglia di suonare. Un po’ come quando si deve fare pipì, si corre in bagno, scatta quella cosa e finisce poi che ci si inizia a masturbare. Perché? Non ha una risposta ovviamente. Eppure è talmente comune che se lo si chiedesse a chiunque si otterrebbe la stessa espressione in faccia e lo stesso no ma và, che dici?! Ingloriosi bugiardi!
Stamattina mi sveglio così. Quindi arrivo a lavoro, monto il pianoforte, lo cablo a un mixerino mezzo scassato, attacco due casse e suono l’intro di Without You (posizione 4 della playlist, dopo Annie e Never Let You Go), che ricorda un po’ Imagine di John Lennon, anche per il delay e il riverberone sulla voce che sembrano uscire da una scatola di cartone anni ’30.

Soundtrack: Jones – Indulge
Soundtrack: Tobias Jesso Jr. – Without You

thisisjones

SOGNO SCINTILLE

In sogno ci appaiono le cose più impensabili. E al momento in cui ci appaiono, come fosse per fare un brutto scherzo alla nostra sensibilità, lo fanno nel modo più realistico possibile. Non posso concepire sia un sogno, o una cosa esterna a me, qualcosa che gli altri non potrebbero ricordare perché è solo mia, solo frutto della mia mente, perché era vera, in ogni sua parte: forme, odori, sapori, ambienti. Anche la città era identica a quella vera. E io la potevo toccare in ogni sua parte.
Ieri sera sono andato con Lorenzo al concerto di FKA Twigs, per le sciampiste sarebbe la fidanzata di Robert Pattinson, il vampirello di Twilight, per chi ne sa un po’ più invece è una scoperta del panorama alternativo degli ultimi tre anni. Era la sua prima volta in Italia ed era contenta di vederci tutti lì, ad esultare e applaudire sbalorditi. La sua è una musica spettrale, poco comune, elettronica e seducente ogni millesimo di secondo. La sua non è solo un’esibizione, è uno show che ti trasporta in un altra dimensione. Luci, movenze, nel suo nome compare proprio la parola ramoscelli per come muove le articolazioni, che sembrano spezzarsi dal corpo e diventare un movimento a sé stante. L’aggettivo più usato per la sua musica e la sua performance è sexy.
Ondeggiavo sul posto come fossi un bambù a mollo del fiume spinto dal vento incostante. Chiudevo gli occhi a momenti e sentivo la spinta dei subwoofer sulla pancia e il suono dei sintetizzatori avvolgermi la testa. Riaprivo gli occhi e la vedevo come una silhouette sinuosa tra il fumo e le luci viola sul palco. Forse questo inizio e quel briciolo di alcool in corpo mi hanno destabilizzato il sonno.
Fatto sta che ho sognato un pranzo, tra amici e colleghi, in trasferta, e al nostro tavolo aggiungono dei posti perché arrivano gli ospiti. Vuol dire che l’intimità tra amici si sta per spezzare. Tutto finito. Addio pranzo. Addio relax. Inizia la solita scenetta dei bravi ragazzi.
Al mio fianco arriva una sedia vuota seguito da uno scusate il ritardo e un cappotto che viene sfilato e portato via.
Al mio fianco si siede Anna. E io non la vedevo da un po’. E mi sembrava tipo un secolo. Dritta allo stomaco tu come un colpo di scena. Scivola scivola un brivido sulla mia schiena.
«Sei anche qui?» mi chiede, sorride e si siede. Quella domanda è quella che mi si fa di più. Io in un posto o non ci sono proprio o ci sono sempre, e trovarmi non è difficile. Quello che mi colpisce è che si ricorda di me, si accomoda e inizia a parlarmi.
Rimane al mio fianco anche mentre lavoro, mi racconta di lei, di cose anche abbastanza private, si lascia avvicinare tanto da farmi sentire addosso lo spessore del suo maglione e i capelli dentro al naso. Odori che mai avrei immaginato. L’immagine della volpe e del piccolo principe mi balena in mente.
«Non è facile starti così semplicemente vicino» penso a voce alta e lei sorride dopo aver spalancato gli occhi.
Giriamo per la città, mangiamo e beviamo. Torniamo a lavoro e si rompe la radio. L’aggiusto, in emergenza, nel minor tempo possibile. Ritorno da lei e lei non c’è più. Mi affaccio alle scale e vedo solo rampe, infinite, che scendono in basso. La chiamo a voce alta ma neanche la donna che divora gradini a due a due in cappotto rosso si allarma. E’ andata. Lo sapevo che, come tutti i momenti impossibili, anche questo sarebbe finito così, senza un contatto, senza un saluto normale. La curiosità di non sapere cos’è.
Preparo la valigia, la chiudo, tra un’ora si parte. Mentre rifletto su un paio di cose lei riappare, ancora con quel maglione scuro, come se fosse scesa a comprare le sigarette un attimo senza bisogno di avvisare perché non c’è problema, perché è solo un attimo.
«Allora sei qui» le dico, convinto di non vederla mai più in vita mia. Si avvicina Nick, che la conosce bene, per ricordarmi che abbiamo un treno, e ci vede appiccicati.
«Abbiamo passato un bellissimo pomeriggio insieme» gli dice appoggiando il suo mento a una mia spalla. Adoro le dimostrazioni di affetto delicate, in intimità o anche in mezzo alla gente. A me danno energia, come mi si attaccasse al naso un carica batterie. Negli occhi mi appare l’icona di caricamento in corso.
Partiamo. Recupero cappotto, zaino e biglietti. Faccio un giro di ricognizione e non trovo la valigia. Apro la mia camera. Chiudo la mia camera. Entro in reception. Cerco in reception. Esco dalla reception. Guardo in mezzo alla strada. No. Penso. Effettivamente ho fatto la valigia ma non so dove l’ho messa. Non ricordo. In effetti non l’ho messa da nessuna parte.
Apro gli occhi. mi giro a destra verso l’altra metà del soppalco a fianco al letto dove me ne sto infilato. La valigia è lì, vuota, accatastata da quando sono tornato da Sanremo.
Realizzare in un attimo che certe parole e certe confessioni sono solo blindate nella mia mente e non possono essere reali è difficile. La testa mi dà ancora fastidio. Ho bisogno di un contatto ancora, di un mento sulla spalla che mi dica dritto in un orecchio Sono stata bene. Riportami l’eternità in un attimo e sarò il tuo infinito in un istante.
Mi alzo e accendo il computer. Su Spotify la prima traccia a partire è la trentasei della special edition di Settle dei Disclosure. Together.
I can see the kind of tip you’re on, there’s no confusion in your eyes. Let’s unwind, ease our minds together. Mi resta in mente. Quando la sento è come un trapano nel cervello che scava e resta dentro a girare, in un loop informe mischiato alle scintille.

Soundtracks:
FKA Twigs – Pendulum
Annalisa – Scintille
Disclosure – Together (Sam Smith x Nile Rodgers x Jimmy Napes)

Annalisa - Scintille

GIOCO DI DONNA (E SE DOMANI)

Guardo la tv sul computer, ché ne ho di lavoro da fare nel mentre. C’è il RoxyBar, quel posto che cantava Vasco quando aveva voglia di whiskey nella sua vita spericolata, quel posto col divano, il palco e il pubblico che è sempre uguale da trent’anni a questa parte.
Non lo trasmettono più alla televisione normale, così mi aggrappo a internet ogni tanto per rubarne qualche scena e qualche nota. Apro i messaggi vocali sul telefono e ascolto frasi registrate a Sanremo, qualche settimana fa, in preda al sonno alle sei del mattino. La mia voce è spezzata dalla stanchezza e profonda come i trucchi che usiamo sul suono alla radio, di quelle equalizzazioni e compressioni esagerate.

Mi piace essere osservato – mi ascolto dire – mi piace quel momento in cui cerco di capire se gli occhi che ho di fronte mi stanno studiando, perché più o meno è la cosa che faccio io quando incontro qualcuno che mi interessa.
Si dice non fare agli altri quello che vorresti non facessero a te e di conseguenza mi piace fare quello che mi piacerebbe mi facessero.
E’ strano ritrovarsi con occhi puntati addosso per qualche secondo, un sorriso e poi il nulla, per essere osservati ancora una volta, poco dopo, ed essere accompagnati da un’altra smorfia vivace.
Era da tanto che non vedevo labbra rosse e una lingua che batte sui denti e li accarezza, che si muove da una parte all’altra di un sorriso furbo. Era tanto che non vedevo questo giochetto di donna.
Ero piccolo. Mi si diceva fosse sensuale, ma da piccolo non lo capisci mica. Potrei ripeterlo ad altri, magari ad altri più piccoli di me adesso che è davvero sensuale, una cosa del genere, quanto erotica, all’idea sporca ma delicata e attraente.
Attira la mia attenzione più e più volte. Che poi io sono uno che ci cade facilmente in basso, con gli sguardi. Sono uno che non guarda tanto negli occhi ma guarda la bocca, soprattutto quando qualcun altro parla. Sono uno che ha imparato tardi a guardare in faccia la gente e ricambiare gli sguardi. Prima ho sempre fissato le labbra di una persona mentre parlava, quello spazio centrale del viso tra la bocca e gli occhi che si mette a fuoco quasi sul naso, per avere una visione totale del volto. Quanti labiali ho imparato a leggere così da riconoscere poi sul lavoro da lontano un playback fatto male o un sync sbagliato in produzione.
«Ma tu che ci fai da solo in giro a quest’ora? Vuoi venire a mangiare qualcosa con noi?» mi chiede, nel suo cappotto rosso, poi si avvicina, infila il suo braccio sotto il mio e fa un po’ di strada con me.
Mi ritrovo così al tavolo con un uomo e quattro donne. Una più bella dell’altra. Sorridono, ascoltano anch’esse. Si intrufolano nel discorso anche solo con uno sguardo, con il gesto di un dito, scuotendo la testa, facendo ciondolare capelli lisci, mossi, ricci sulle spalle.
Io sono silenzioso, al tavolo. Ascolto. Ascolto la sagra dei luoghi comuni che tra uomo e donna genera un dibattito come fosse un’esplosione nucleare che distrugge paesi interi. Cinquanta sfumature di grigio, romanzi per donne, romanzi per uomini, cose che a volte rasentano cinicamente il razzismo. Discorsi che non è che mi appartengano più di tanto.
Lo vedo, come fosse il confronto tra uomo e donna sul chi ce l’ha più grosso, quella perdita di tempo che potrebbe essere riempita con due parole, un accordo (magari musicale) o un compromesso. Un desiderio, comune ad entrambi.
Io ti voglio è il mio desiderio in quell’istante. Seguimi, fatti prendere per il polso e trascinare via di qua.
Soffro di stanchezza in questi giorni. Sanremo mi succhia l’anima e il tempo come pochi posti riescono a farlo. Quasi non desidero andare a dormire ma poi lo faccio e pochi minuti dopo suona la sveglia.
Godo di questo non-ritmo, non vivo ma scopro città, colori, rumori, profumi, persone, indigeni e stranieri come me che riempiono le strade, si incontrano, si stringono e si baciano sorridendo come se si conoscessero da una vita. Questa, la conseguenza fatale al desiderio o compromesso comune che sia, la stessa causa di essere presenti in un luogo, giorno, notte, come se mai esistesse il tempo di dormire e come se sempre fosse acceso il desiderio di un bacio che batte tra i denti e la lingua di un gioco di donna dalle labbra rosse, pochi minuti prima dell’alba.

Stop. Le mie parole nella registrazione finiscono in un fruscio strano che mi sembrano le lenzuola del mio letto in hotel mentre mi ci infilo sotto per coprire gli occhi dalla luce che inizia ad entrare dalla finestra.
La musica intanto scorre al Roxy Bar come se non si fosse accorta del mio isolarmi ad ascoltarmi blaterare. Fa da tappeto mentre scrivo e mi aiuta a mettere punti e virgole al posto giusto.
Sul palco Annalisa e Nina Zilli improvvisano in duo E Se Domani, accompagnate al piano. Sembra che le parole siano adatte al mio desiderio ritornato in testa. E ci sarebbe poco da dire sui miei pensieri di adesso, che sono proibiti e legati ad un gioco di sguardi e di gesti, ché la musica, che li amalgama insieme, è più grande vettore di emozioni.
Quello che basta all’altra gente non mi darà nemmeno l’ombra della perduta felicità. 

Soundtrack: Mina – E Se Domani

anna_nina_roxybar

MARE E MUSICA

Stazione di Albenga. Uscendo da qui il binario è dritto, al filo col mare. Il sole è già sceso e il cielo è di un azzurro intenso che contrasta il verde chiaro dell’acqua increspata. Mi allontano da Sanremo con due sconosciuti e un collega addormentato, in un vecchio scompartimento di un treno che ci mette quanto mezza Italia per rientrare a Milano. Tutte le stazioni, una dopo l’altra, per caricare e scaricare, come se nessuno oggi avesse fretta.
Ho in cuffia i dischi di quest’ultimo festival appena finito. Li riascolto e soprattutto in un ordine che non ho deciso io. Queste scelte altrui, in questo caso del titolatore della playlist su spotify, mi incuriosiscono sempre e inizio quindi a perdermi in questa storia fatta di musica, lenta e poi veloce e ancora lenta, triste, speranzosa, buffa e impegnata. Mi sento come su una montagna russa di emozioni, riscopro i testi, tutte le parole che mi ero perso in questi giorni perché Sanremo è una macchina che non si ferma, accende il motore e fa rumore e copre ogni cosa, parole comprese: un off show pieno di tutto che non ha tempo di riposare. Il mio primo vero sonno, infatti, è quello che mi avvolge in questo istante, su un sedile scomodo di prima classe di un InterCity anziano e goffo che corre avanti e fa ancora tumtum e ciufciuf.
Pavia. Tutte uguali le stazioni al buio che mi era sembrato già di essere quasi a casa. Ritornerai nelle orecchie. Chanty, che la canta, ha due occhi profondissimi e attenti in un mio scatto di qualche giorno fa.
«Non sto tanto bene ma ci vediamo domani a mezzanotte» mi aveva detto, doveva suonare sul nostro palco mercoledì sera, poi un malore annullò lo spettacolo all’ultimo minuto.
«Niente, è al ristorante e sta vomitando l’anima, col cazzo che la portano qui a cantare, cerchiamo di allungare i tempi» mi avevano detto innervositi in produzione.
«Come stai? Mi hai fatto preoccupare!» Le dissi la mattina dopo quando ritornò in studio.
«Non avvicinarti, non voglio contagiarti! Ho ancora la febbre» e sorrise come solo lei riesce a fare e mettere in pace i sensi.
Milano. Avrò scritto interi trattati sulla Stazione Centrale, se solo mettessi insieme i vari pezzi sparsi che parlano di questo posto.
Baciarti e poi scoprire che l’ossigeno mi arriva dritto al cuore, solo se mi baci te, e non sentire bisogno più di niente. Annalisa mi canta dentro la testa. Tolgo un auricolare e ripenso alle storie, episodi di vita che mi hanno saturato in dieci giorni che forse non ne ero pronto. La bronchite di Raf, la merenda in terrazzino vista mare tra foto e torte di pere e cioccolato, pizza, hamburger e patatine fritte alle quattro del mattino e il toast di Annalisa alle quattro del pomeriggio divorato in hotel. Cose che voi umani fate ma su cui non vi soffermate. Sfumature del comune quotidiano che banalmente non riusciamo a conservare dentro come un prezioso momento.
Disegna una finestra tra le stelle da dividere col cielo, da dividere con me, e in un istante io ti regalo il mondo è il primo riff che mi è entrato in testa, nulla di personale seppure ci sarebbe da confessare un amore. Quattro giorni fa mi sono seduto al pianoforte di Casa Sanremo e la prima melodia che è uscita è stata quella, in Fa diesis che non è nemmeno il più semplice giro da gestire.
Vuoi andare a salutare Anna? recitava un messaggio delle 3:07 sul mio telefono ma la mia non-resistenza fisica dell’ultima notte a Sanremo ha predominato sul desiderio e il letto ha avuto la meglio, almeno per un paio d’ore.
I miei micro sonni da treno finiscono e mi sveglio quando Fabio entra in cabina e mi chiede «Ma domani chi fa apertura in radio?».
Ecco. Rientrare in città fa questo effetto, tutti sull’attenti ma con gli occhi puntati verso dietro, per non dimenticare, per cercare da qualche parte quel microcosmo che hai appena abbandonato.

Chanty_Radio-Monte-Carlo_CasaSanremo
(Chanty @ Radio105, Casa Sanremo Lancôme 2015)

ME L’HANNO DETTO CHE MI IMITI

Rosario l’ho visto arrivare in radio, stamattina, cappotto scuro e occhiali da sole, a cavallo del suo destriero a pedali e due ruote. Come ogni volta, si avvicina al lato della strada su cui cammino, rallenta, esclama uagliò! o alza la mano in segno di saluto, poi continua a pedalare verso la meta. Non ci incrociavamo da un po’, in effetti. Una delle ultime volte io ero entrato in studio mentre era in onda e mi ero poggiato in fondo alla regia, come faccio sempre per non disturbare, con la schiena contro i pannelli di legno. Lui, passando dalla cabina, dove si conduce, da questa parte in regia, disse di punto in bianco «Campagnolo, ogni volta che ti vedo mi viene in mente il faro di Formentera. Non so perché ma se ti vedo penso al faro».
«Quale dei tre?» risposi di getto ma in realtà rimasi stupito. Stupito dalle parole che aveva messo insieme che suonavano bene, come una bella sensazione. Al di là della stima professionale di sempre è proprio vero che le esperienze in cui si vive totalmente a contatto miscelate ai caratteri folli di questo mestiere ampliano le nostre visioni della gente al punto da legarle a un simbolo, a un aneddoto, una di quelle cose che quando le racconti spesso iniziano con “eravamo io, Tizio, Caio e Sempronio” come se raccontassi di una cosa tra amici di sempre.
Penso che Rosario stia soffrendo particolarmente la perdita di Pino, che se n’è andato qualche giorno fa, come fosse un brutto scherzo o (e a me piace più dire così) come finisce di punto in bianco una bella canzone, che poteva benissimo sfumare lunga e invece finisce di netto. In gergo tecnico lo chiamiamo cut, taglio, proprio come la sensazione che dà quando avviene. In questi due giorni che ormai ci separano dal taglio ho letto tanto, ma solo sui pensieri di Lorenzo (Jovanotti) e Rosario mi sono soffermato davvero a pensare. Forse perché raccontano pezzi di storia, di quelle storie che si legano a un simbolo, che suonano belle, che sono cose tra amici di sempre.

L’avevo incontrato per quella che sarebbe stata l’ultima volta lo scorso novembre, Pino. Era venuto in radio per un’intervista e quando l’ho visto ero subito andato a salutarlo. Come ogni volta era accaduta una specie di magia: sapendo dei suoi problemi di vista volevo andargli molto vicino per essere sicuro che lui avvertisse la mia presenza. Ma neanche stavolta ce n’era stato bisogno, perché quando ero a tre metri da lui ecco arrivare puntuale “Uè Rosà!”, pronunciato con quella voce inconfondibile, risparmiando con indolenza una sillaba, come facciamo sempre noi nati e cresciuti da quelle parti. Sentire il mio nome scandito da quella voce era sempre un evento, qualcosa che facevo fatica a considerare reale. La imitavo quella voce, lui lo sapeva. Una volta su Radio Montecarlo lui era al telefono e io in studio. “Sei un impostore, il vero Pino sono io!” E lui: “Lo so chi sei, sei Pellecchia: me l’hanno detto che mi imiti!”
La mia vita e la mia carriera sono costellate da aneddoti legati a Pino. 1997, sono arrivato a Milano da poco. Lui viene per promuovere il suo nuovo disco e la responsabile della musica di 105 mi porta da lui e gli dice: “Pino, volevo presentarti il nostro nuovo acquisto, arriva dalle tue parti. Si chiama Rosario Pellecchia”. Lui si gira e fa: “Nientemeno? Rosario Pellecchia? Uà, chill è famosissimo!” Radio Kiss Kiss in quegli anni era un’istituzione a Napoli, e pur non avendolo mai incontrato a quanto pare sapeva chi fossi. Non avete idea di quanto a lungo quella frase abbia risuonato nella mia testa. Avevo 26 anni, ero appena arrivato a Milano per lavorare nella radio dei miei sogni, mi sentivo piccolo piccolo e quel giorno Pino Daniele mi aveva dato la sua benedizione: non potevo crederci!
È davvero complicato spiegare ciò che lui rappresenta per me, e per un sacco di altra gente: napoletani, italiani, musicofili, appassionati.
Un musicista straordinario, tanto per cominciare: uno che aveva amato musiche pazzesche e che con l’impegno e la dedizione, supportato da un talento fuori dal comune, aveva cominciato a creare la sua di musica, a quelle ispirata. E “quelle” erano il jazz, il blues, il soul: roba che in Italia in quegli anni si sentiva in maniera quasi clandestina, sulle nascenti radio private.
Pino le conosceva bene quelle musiche, erano il suo pane quotidiano, quasi la sua ossessione. Le suonava e risuonava sulla sua chitarra, tirando fuori note via via più magiche.
Il linguaggio, poi: il mio dialetto plasmato e messo al servizio di quel suono incredibile. Quasi un esperanto, nel quale confluivano il mediterraneo, l’Africa, l’America, i vicoli di Napoli e il sale del nostro mare, l’allegria e il dolore, l’Inferno e il Paradiso.
I suoi testi, lontani anni luce da un’intollerabile oleografia che troppo spesso riduce la mia terra a un ammasso di cliché, una macchietta, uno stanco susseguirsi di maschere.
“Napule a sap tutt ‘o munn/ma nun sann a verità”. Quella verità Pino invece la conosceva, e aveva urgenza di raccontarla, senza sconti, senza essere necessariamente simpatico. Lui come Massimo, due giganti inarrivabili della cultura italiana, ai quali si deve la più fedele e quasi epica distillazione del vero spirito di una terra straordinaria.
Un portavoce, un artista che col suo talento sopperiva all’impossibilità di noi comuni mortali di raccontare le nostre radici per quello che sono davvero.
Per questo ogni mio incontro con Pino era denso di emozione e gratitudine. Per questo la sua gente l’ha amato così tanto, come sta dimostrando in queste ore. Perché è una grande fortuna averlo avuto, e senza di lui sarebbe stato semplicemente diverso. Più piatto, meno interessante.
Prendere Napoli e la musica italiana e sottrarle in un colpo solo alle campane di plastica sotto le quali rischiavano di soffocare, consegnandole all’abbraccio della Verità: ecco cos’ha fatto Pino.
Grazie di tutto, dal più profondo del cuore. Non ti dimenticherò mai.

Rosario Pellecchia

Quel giorno di novembre ero in radio, al piano terra, avevo controllato i microfoni in studio e aprii la porta per tornare di là, nella stanza di regia dove si controllano le telecamere che registrano il video e gli strumenti e voci degli artisti quando si esibiscono dal vivo. A un baffo dalla porta che aprivo di colpo abitudinariamente, c’era Pino, che aspettava in silenzio.
«E’ sempre questo lo studio dell’intervista, vero?» mi chiese quasi sottovoce.
«Certo! Accomodati. Sono tutti su nell’altro studio, un minuto e vengono giù» e fuggii verso la fine del corridoio.
I miei contatti con gli artisti sono sempre fugaci e di poche parole, quelle utili, che danno informazioni semplici e, spero, esaustive, che possano mettere a proprio agio. Non ho mai capito il perché ma, nel mio intimo, adoro questi contatti quasi invisibili.
E vivrò, sì vivrò, tutto il giorno per vederti andar via, ché in questo viaggio siamo comunque tutti destinati a vederci, viverci per poi salutarci, perderci e ritrovarci, per un breve periodo o, chi lo sa, forse per sempre.

Soundtrack: Pino Daniele – Quando

ross e pino

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