reading, writing

INCUBI E RICARICHE A MOLLA

Sappiamo cosa si fa in camera da letto, ma si può anche riflettere su quel che ci capita. 
Ma soprattutto è dove ci si può stendere, lasciar perdere tutto e infine solo dormire. 
O non dormire.

(J.D. – Scrubs)

Ieri notte ho avuto un incubo. Era una di quelle sere in cui mi sono messo a letto presto ed ero anche soddisfatto di aver pensato finalmente che potevo dormire le giuste ore prima di svegliarmi all’alba e correre in radio a tirare su le tende.
Poi, di punto in bianco, apro gli occhi come in un senso di fuga e mi ritrovo col cuore a mille, al buio, e il soffitto bianco ad appena un metro dal materasso sul soppalco. La sensazione è quella di sentirsi immobile, impotente con dentro tutto che va a mille e fuori pesante e incatenato al letto. Nell’incubo avevo un problema e chi mi stava attorno non mi aiutava. Guardava, restava immobile e non faceva un cazzo. Il mio opposto. La mia nemesi.
Non ho incubi da anni, non ci ero più abituato, mi conosco e mi lascio scivolare addosso le ansie, mi concentro su me stesso e mi lancio ogni attimo in ogni attività necessaria a completare i miei impegni presi.
Allungo un braccio, prendo il telefono e riesco a scrivere un messaggio.

“incubo io”
è tutto a posto. Non sei solo. Mai. Mai. Non aver paura” 

Quella risposta mi ha rallentato, permesso di rimettere a posto i pensieri e di disegnarli su un foglio di carta, seppure il sonno fosse già svanito e la mia notte irrimediabilmente accorciata. Nel disegno, quadrati incrociano un poligono inscritto in una circonferenza circondata da spirali che diventano piccole nuvole.
Ci sono molti momenti in cui mi sento solo: alcuni di questi sono proprio ciò che cerco, per ristabilire un equilibrio con me. Altri invece, sono quelli in cui vorrei stabilire un equilibrio diverso con qualcun altro.
Vorrei condividere i miei attimi al cento per cento e invece sono soggetto al tempo. Alcune volte è proprio questo che mi rattrista e mi fa riflettere.
Così oggi, tornando a piedi dalla radio, ho cercato sul vocabolario ansia e tristezza: il mio ieri e il mio dubbio di adesso.

ansia [àn-sia] s.f. (pl. -sie)
1 Agitazione affannosa dell’animo per grave incertezza, forte desiderio, paura: essere, stare, vivere in a.
PSICOL Condizione nevrotica determinata da insicurezza e paura persistente e generalizzata o legata a precise circostanze, situazioni,

tristezza [tri-stéz-za] s.f.
1 Condizione di chi è triste, addolorato, afflitto: aveva appreso con t. la morte dell’amico
Stato di intensa malinconia: quella giornata piovosa riempiva l’anima di t.
estens. Che dimostra tale condizione d’animo: la t. del suo sguardo, delle sue

Di ansia e di tristezza si muore. Lo sapevate? È un po’ come farsi mordere da un cobra e godersi lentamente spasmi e paralisi e poi alla fine restarci secchi. Ma nel tempo in cui accade ci si rende conto effettivamente cosa ci succede, come restiamo deboli e intrappolati dal veleno per una cosa così semplice, un gioco fatale: aver sfidato l’incoscienza. Le ansie sono simili, solo che sono loro che sfidano te e tu che, cazzo, devi reagire.
Ho imparato a conoscere i veleni per poi sintetizzarne l’antidoto. Se le paure vogliono mordermi adesso spero di averle già conosciute a fondo da aver trovato una soluzione, come ai problemi tecnici di tutti i giorni alla radio, ma qui, in fondo, a mordermi realmente sono solo le zanzare che mi rimangono attaccate addosso per la troppa umidità di fine giugno.
Mentre taglio via Teodosio, a pochi passi da casa, a semaforo giallo che non dà il tempo di respirare, in cuffia partono incazzati gli Arctic Monkeys. Penso sia uno di quei dischi che non ascoltavo da anni e che poi cadono sempre nel momento giusto, quando servono. Mi sento improvvisamente uno di quei pupazzi con la chiavetta da inserire sulla schiena per dare carica quando rallento. Fisicamente instancabile ma meccanicamente debole.
Quindi torno a casa così, consapevole che dei miei pensieri non avrò, adesso, quello voglio. Perché semplicemente non riesco a convincermi ad affrontare me stesso e le situazioni che mi girano attorno. Perché non so affrontarmi, in realtà, non so affrontare loro. Perché maturo sogni, parole che non dico, silenzi. E silenzi ottengo.

Soundtrack: Arctic Monkeys – Crying Lightning

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SIESTA Y CUENTOS

«Com’è Formentera a febbraio?»
«Brutta.»
«Brutta?»
«Cioè, triste. Va bene se vuoi stare tranquillo, in silenzio.»
«Il mare com’è?»
«Oh, il mare è sempre bello. È così, come lo vedi adesso.»

Andare via da Milano mi fa cambiare vita ma non mi toglie quelle vecchie abitudini da curioso di fare domande. Non sono andato in onda ma oggi, finiti i lavori allo studio, ho fatto una lunga siesta ad un tavolo insieme a una ragazza molto giovane che lavora a pochi passi dalla radio, qui nella isla. È stato come in una puntata di Recollection ma senza la musica, due sconosciuti con tante storie da raccontare e ascoltare e dietro il rumore dei locali e della spiaggia e del mare. Lei è di vedetta a un negozietto di costumi poco frequentato e qui accanto fa merenda con dell’uva rossa, acino dopo acino, mentre chiacchiera con me e sbircia il cellulare nei momenti di silenzio. La guardo per qualche secondo negli occhi e lo vedo che è innamorata, non di me ma di una storia che mi ha accennato e che la porta in pochi secondi con la testa da tutt’altra parte, una parte che la fa sorridere. E, nel vederla così giovane e presa dalle emozioni di un’idea lontana fa sorridere anche me e sfacciatamente glielo faccio notare.

«Si vede?» e di colpo le si colora il viso.
«Sì – rido rumorosamente – sei diventata rossa tutto qua!» E le indico il naso e le guance lentigginose.
«Oh mamma!» esclama tirando giù lo sguardo.

È il mio primo-ultimo giorno nella isla, per questa estate, penso di aver capito che separarmene un po’ dopo la toccata, e quindi fuggire adesso, possa farmi inquadrare bene il limite fisico tra la realtà e la fantasia. In questi pochi giorni ho cercato di collezionare un po’ di pezzi di esperienze che si possono fare qui senza pensarci due volte: ho mangiato più o meno di tutto, girato avanti e indietro per i mercatini hippies, fatto un dritto tutta notte fuori, dormito in spiaggia un’ora all’alba e una al tramonto, registrato le onde del mare con il cellulare più e più volte finché non mi convinceva del tutto la melodia che ne veniva fuori.
Mi mancano le strade bianche di San Francesc e il Big Store di Mario che non ho salutato, il faro silenzioso della Mola e quello solitario di Cap de Barbaria. Ho tempo, preferisco non bruciare le tappe e organizzare ogni cosa come fossero piccoli appuntamenti diversi e originali con una ragazza che mi piace tantissimo e più di tutte.

«Arrivi a Formentera che è tutto come un mondo parallelo, e quando vai via poi torni alla realtà. Qui invece puoi fare tutto!» mi racconta.
«O forse pensi di poter fare tutto.»
«Oh, già.» Mi guarda pensierosa.
«Secondo me sarebbe ancora più affascinante, se fosse davvero così.»
«È vero – sorride – Non l’avevo mai pensata in questo modo» e continua a mangiare la sua uva strappando acini dal grappolo nel sacchetto di plastica.

Marta_Formentera

VENTUNOEVENTISEI DEL VENTITRE

Un bimbo esce fuori dal locale, dall’uscita di servizio sbattendo la porta e lamentandosi. Avrà appena tre anni per come si regge in piedi. Temo quasi possa cadere in piscina se continua a camminare storto all’indietro in modalità gambero. Dalla stessa porta esce una signora in veste da cuoco, grembiulone legato al collo e cappello bianco. Lancia uno sguardo al bimbo e questo scoppia a ridere. Basta, il peggio è passato, niente più lamenti, solo risa di spensieratezza. Il bimbo si butta prima su una sdraio, a pancia in giù, poi si alza in piedi e saltella a bordo piscina. E’ felice, poco da dire. Strano ma affascinante come nei bambini le sensazioni possano cambiare da un momento all’altro e in modo diametralmente opposto in una frazione di secondo. Io adesso mi sento così. La isla mi mette pace dentro. Mi fa allineare i pensieri come su di una curva morbida che forma quasi un cerchio e mette i pensieri stessi a sedere e guardarsi tutti in faccia. Ho appena sentito i miei amici al telefono, quelli importanti. Quelle voci che per me sono come di fratelli e di desideri. Se dovessi parlare di fratelli e di amici in realtà parlerei di famiglia, di quelle piccole grandi persone con cui condivido praticamente ogni giorno. Se dovessi parlare di desideri, adesso, dovrei fare nomi e descrivere sguardi, mani e capelli ma finirei per annebbiare la vostra, di fantasia, e la mia. Sono le ventunoeventisei del ventitrèzerosei, la mezzaluna è già alta ma il cielo è ancora azzurrissimo. C’è luce, c’è più luce di quanta possa immaginare. Arriva il vento, che è tipico del mare. I laghetti delle saline che vedo dal balcone di casa hanno già le onde increspate  e la gente giù in strada indossa sciarpette e scialli sulle spalle. I più randagi, vicini alla mia età, stanno tornando adesso dalla spiaggia, indossano ancora canotte XXL e pantaloncini da basket sui costumi ancora umidi. Le famigliole felici, con o senza passeggini a seguito, sono già in tenuta elegante da cena di gala, perché in vacanza ci si dovrebbe vestire bene per cena, pur non sapendo che a quest’ora inizia appena l’aperitivo da queste parti. Me ne sto in braghe di pantaloni, con le gambe stese e i piedi dentro la fioriera piena di sabbia e piantine grasse che crescono da sole senza dover essere curate come le fighette fiorite, guardo giù in strada mentre prendo appunti e scarabocchio fogli che sembro quasi l’invalido guardone de La finestra sul cortile di Hitchcock. Io Formentera la vivo più in modo selvaggio, senza orari e sregolato, con la libertà di scendere in spiaggia alle due di notte e mettere i piedi a mollo e guardare il mare che di giorno è a tratti verde e altri blu come se prendeste pastelli a cera e iniziaste a colorare a caso sulla carta bianca. Ché il rumore del mare, se davvero volete ascoltarlo, si sente bene quando non c’è nessuno oltre a lui, che parla, e voi, che lo state a sentire. E potrebbe sembrare che siano sempre uguali, quei rumori nelle onde, ma sappi che quelle, le onde, parlano anche, ripetono a voce alta i tuoi desideri e a loro modo dicono come potreste realizzarli. E’ che siamo noi che non le stiamo mai a sentire.

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SOSTENUTO

sostenuto agg. [part. pass. di sostenere]
*Didascalia musicale (abbreviata “sost.”) che originariamente servì per indicare che le note dovevano essere tenute per l’intero valore.

Raramente mi riascolto al pianoforte. Se ne ho bisogno so di trovarlo lì, nell’angolo, mi siedo e inizio a suonare. Nulla di già fatto, già sentito, ogni volta finisce che suono una cosa nuova.
Se sono costretto a pensare, allora penso a un posto diverso da qui, a un odore diverso dal mio, a un colore strano a cui nessuno ha ancora dato un nome, a una persona che non vedrò ancora per molto. O per un po’. Sta tutto nel modo in cui interpretiamo il tempo. Il modo in cui ci hanno insegnato a percepirlo, da bambini, se qualcuno lo ha mai fatto. Di insegnarcelo, il tempo, intendo.
La tastiera può farlo e sembra strano come dei pezzi d’avorio, di legno o di plastica che siano, possano scandire emotivamente il tempo e allo stesso modo essere il mezzo per portarci da un’altra parte. Non starò qui a descriverti i miei, di posti strani in cui mi porta la musica, soprattutto la mia. Dimmi dove porta te, e se ti porta un po’ più vicino di così, ché ci sono ancora certe distanze che non capisco, come fossero distanze di sicurezza che non so misurare.
Mi siedo al piano e suono sostenuto, come se le dita non volessero toccare dentro e infilarsi tra i tasti neri. La melodia la conosco già, che è mia, non mi sono mai chiesto se qualcun altro avesse già fatto le stesse note e, se in tal caso, che posto avesse visto mentre la suonava. Il piede è fisso sul pedale come se si dovesse cambiare marcia in corsa e stacca veloce prima di tornare. Mi interrompo, apro internet e la cerco, l’originale, che avevo inciso un anno fa e non ricordo nemmeno pensando a cosa. La mia preferita di sempre e mai dedicata finora. La melodia è timida ma avvolgente, come un pensiero che non se ne va.
Vai a letto presto che devi recuperare sonno prima di fare la valigia per Formentera.
Ogni qualvolta mi dico così finisce poi che quando guardo l’ora è già troppo tardi. Sto ancora ascoltando, e ho un po’ di punti fissi nella testa: rumori e ronzii che non vanno via facilmente, desideri che a voce non riuscirei a mettere insieme e sputare fuori, neanche nel mio momento più sfacciato. Spengo ogni luce, adesso che fuori è buio non c’è scusa che tenga per non guardarsi in faccia e dire la verità. E se c’è vergogna di aver peccato, al buio riuscirei a parlare, così come a suonare veramente.
Vieni qui e portami fuori, a scavalcare uno di quei tuoi cancelli di notte che non c’è adrenalina da sentirsi scorrere addosso che tenga, forse c’è solo desiderio di evadere da qui quando ci sta troppo stretto.

Soundtrack: Emanuele Campagnolo – Sustain (Piano Solo)

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LA TRENTAQUATTRESIMA PIOGGIA

«Adoro la pioggia, guardarla, ascoltarla, sentirla vicina.»
«Anche a me piace, meno di giorno.»
«La amo di notte. E guardarla da quassù.»
«Che scrosci!»
«Mi è capitato trovarmici sotto quando ero fuori, in montagna, dentro la tenda, che non si riusciva nemmeno a parlarsi per il troppo rumore.»
«Avevi paura?»
«No. Contemplavo.
Avevo paura da piccolo, dei temporali. Poi mio fratello un giorno mi prese e mi mise contro un finestrone enorme che abbiamo in casa. Mi disse “guarda, cosa c’è? Non può farti paura. Guardala da qui dentro. Sei al sicuro”. Ho imparato a trovare il mio spazio nella pioggia, guardandola e ascoltandola in silenzio.»
«Avrei voluto vederti, piccolo e spaventato davanti al finestrone.»
«Già. Chissà com’ero.»

Trentaquattresima volta di pioggia in questo blog, come se fosse un racconto che a un certo punto deve fermarsi ad ascoltare lo srosciare dell’acqua fuori dalla finestra e debba rimettersi a tempo come in una composizione d’orchestra.
Piove. Piove da ieri, forse un po’ di più. Il fatto è che piove sempre di punto in bianco, a giugno, quando l’estate inizia davvero, ma è ancora un’estate che ci prende per il culo divertita.
Estate che è donna, come lo è la pioggia, da quella più sottile piacevole o quasi indifferente alla pelle a quella di tempesta che lascia fradicio e gocciolante, immobile sotto a un cornicione, paralizzato in attesa che calmi la furia.
So già che non vincerò contro un temporale. Potrò rifugiarmi e starmene a pensare, a cantare, a scrivere e scrollarmi di dosso vestiti bagnati e appesantiti ma dovrò comunque aspettare che sia lei, la tempesta, a decidere di andar via.
So già che non vincerò contro una donna, che è una tempesta di pensieri anche quando c’è il sole e fuori fa troppo caldo. È una doccia gelata o bollente improvvisa, che stravolge la serenità e non disseta. Affama il desiderio. Potrò rifugiarmi e pensare, cercare di essere razionale ma dovrò comunque aspettare che sia lei, donna, a lasciarsi stringere ancora.
Esco fuori e guardo una pozzanghera che sta già quasi seccando, in testa intanto ho ancora il suono dell’acqua che cade giù lenta. Prendo un centesimo dal portafogli, il più piccolo e semplice dei miei desideri, e lo lascio cadere a terra, godendo del secco splash quando tocca l’acqua e subito l’asfalto. Ripenso ai giochi da bambini di lanciare le monetine nelle fontane e nei pozzi e star lì a cercare di sentire il tonfo e contare i secondi per capire quale fosse il più profondo.
Monetine perse, ovviamente, ché si sa che quelle poi vanno lasciate lì dove sono, sul fondo, perché sono anche i desideri di qualcun altro e non solo i tuoi.

Soundtrack: Led Zeppelin – The Rain Song

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PRIVATE RECORDS

La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie. Comunque… Ecco come non fare carriera: a) perdere la ragazza; b) piantare l’università; c) lavorare in un negozio di dischi; d) restare nei negozi di dischi per il resto della vita. Vedi quelle immagini della gente di Pompei, e pensi: che assurdità! Una partitina a dadi dopo il tè e zacchete: per qualche migliaio di anni la gente ti ricorderà così.

Nick Hornby

Le chiamano così, le canzoni del cuore, perché credo che in qualche modo te lo sfondino davvero, il cuore, a furia di ascoltarle. Che poi se volessimo fare quelli seri e guastafeste dovremmo parlare di emozioni e quindi di testa, quindi non di cuore, quindi lasciatemi stare che è troppo presto per mettere insieme le parole, di prima mattina.
Già, perché d’estate mi perderò l’alba ché c’è già luce alle cinque quando apro gli occhi (e definirli aperti è già una falsa botta di autostima) ma la solita brutta abitudine di dormire tre o quattro ore a notte non mi aiuterebbe neanche fosse già mezzogiorno col sole in faccia e il mare a due passi.
Tornavo tardi da Expo, ieri sera, e in treno c’era la fiera delle teste basse. Era pieno, con addirittura qualcuno in piedi o seduto sui gradini tra primo e secondo piano. Tutti-a-testa-bassa. Addormentati, doloranti, stanchi, affranti, depressi. Forse tutti ascoltatori di canzoni pop, di sicuro tutti detentori di una canzone del cuore.
Metto le cuffie, per non addormentarmi, e faccio play a caso senza guardare cosa e come.
Parte la mia playlist, quella che ho chiamato Private Records quando Billo, da buon direttore artistico, mi ha detto che pensava di buttar fuori su spotify una mia selezione molto personale, fatta di brani nuovi, ancora inascoltati, che potrebbe accompagnare la gente a casa dopo il lavoro, dopo un viaggio o anche solo una giornata impegnativa.
Così, non essendo ancora pubblica, gioco ad ascoltarla io stesso il più possibile, come fosse un piccolo segreto ancora non svelato.
Come prima traccia suona la nuovissima Indulge di Jones, una morettona riccia dell’Est di Londra che con questa sua ballata mi ha catturato della serie prendimi e fammi quello che vuoi. Quando mi capita, anche per caso in questi giorni, la ascolto a palla e di continuo, come se non esistesse altro che il loop e in realtà poi il loop sono io stesso che porto indietro la manetta col dito e rischiaccio play. Dice tipo sono dipendente dalla tua mente, non posso resistere al tuo modo di essere e quando sorridi mi tieni come in prigione. Ciao proprio. Ne vogliamo davvero parlare? Cioè le ascolto e volta dopo volta mi chiedo per quale tipo di maledizione al mondo non le ho scritte io? Ché io poi le scriverei, in questo periodo altroché se le scriverei.
Scrivere una canzone mi è sempre stato difficile. Sono bravo con le melodie, a trovare gli accordi giusti in tempo zero così come mettere di fila le parole davanti al microfono in radio, pur non sapendo cosa dire. Ma quando penso alle canzoni, alle poesie, ai versi stretti, belli e finiti in pochi secondi, no. Non ce la faccio proprio.
Ecco dunque come non farò carriera: a) ho perso la ragazza (e anche più d’una); b) ho piantato l’università; c) lavoro in radio; d) penso resterò in radio per il resto della vita. Aggiungerei una e) compongo melodie ma non scrivo canzoni. Ah, e le compongo ad orecchio, non chiedetemi di disegnare pallini e stanghette sul pentagramma.
Se ci penso, in effetti, non sono uno che si concentra subito sul testo, forse non lo faccio neanche dopo venti ascolti dello stesso brano. Se non mi smuove la musica, se non mi va in cortocircuito qualcosa dentro, allora vado avanti, possibilmente non do nemmeno una seconda possibilità alle parole. Che stronzo, in effetti, ora che ci penso.
Me ne sono accorto in metropolitana, mentre riascoltavo la playlist, in modo random però, per capire se c’è qualche disco che potrebbe cozzare irrimediabilmente con qualcun altro. Solo che al posto di essere critico e concentrato mi viene voglia di suonare. Un po’ come quando si deve fare pipì, si corre in bagno, scatta quella cosa e finisce poi che ci si inizia a masturbare. Perché? Non ha una risposta ovviamente. Eppure è talmente comune che se lo si chiedesse a chiunque si otterrebbe la stessa espressione in faccia e lo stesso no ma và, che dici?! Ingloriosi bugiardi!
Stamattina mi sveglio così. Quindi arrivo a lavoro, monto il pianoforte, lo cablo a un mixerino mezzo scassato, attacco due casse e suono l’intro di Without You (posizione 4 della playlist, dopo Annie e Never Let You Go), che ricorda un po’ Imagine di John Lennon, anche per il delay e il riverberone sulla voce che sembrano uscire da una scatola di cartone anni ’30.

Soundtrack: Jones – Indulge
Soundtrack: Tobias Jesso Jr. – Without You

thisisjones

TRUTH OR DARE?

«Voglio farti un’altra domanda»
«Lo hai già fatto»
«Un’altra ancora»
«Spara!»
«Se non avessi paura… cosa ti piacerebbe farmi?»
«Ti strapperei gli occhi dal cranio.»
«Che dolce.»
«Li infilerei nel mio cranio… E darei un’occhiata in giro, così da vedere la strada allo stesso modo in cui la vedevo alla tua età»

Birdman

Amo il viaggio tanto quanto rendermi conto di essere libero, di avere del tempo per me, tanto quanto parlare guardandosi negli occhi con ogni rischio e pericolo, tanto quanto respirare a polmoni pieni al mare all’alba quando non fa ancora caldo, tanto quanto perdere la testa o fare sesso con chi mi piace davvero.
E’ iniziata la stagione in cui le mie valigie sono sempre troppe e poche allo stesso modo, che ne vorrei di più perché non ho mai tempo per svuotarle e riempirle e che ne vorrei meno, o forse zero, per poter essere certo di avere del tempo in cui poter riposare anziché fare una doccia fredda e ripartire.
Ché con l’estate le docce gelate sono la mia droga, quella dose necessaria a rimanere in piedi senza collassare.
Ricordo un tour in cui tra uno show e l’altro mi tuffavo in piscina, andavo a pranzo ancora gocciolante, mi infilavo sotto l’acqua bollente della doccia in camera e di colpo davo la steccata di acqua ghiacciata. Poi mi asciugavo il meno possibile, cambiavo costume e maglietta e tornavo sotto palco in regia. Giorno dopo giorno, così, col sole in faccia e il sudore a inzuppare la maglia.
Però amo l’estate, amo la vita che non si ferma, per quanto possa sembrare me ne lamenti, amo l’idea di partire senza nulla da perdere e di tornare ogni volta con un tesoro da conservare, doblone dopo doblone.
Inizio quest’estate con uno sguardo puntato addosso, uno di quelli che non immaginavo esistessero, fino a poco tempo fa, uno di quelli che mette in imbarazzo ma incuriosisce allo stesso tempo. Gli occhi di chi vuole conoscere, puntati addosso a me che vorrei imparare a guardare, prima di tutto. Come in un gioco infinito di obblighi e verità in cui ci si guarda e studia anche solo per sentire addosso adrenalina mista a quella voglia di non pensare a se stessi e concentrarsi sull’altro. Voglia, infinita voglia di sapere cosa vuoi quando guardi me. La conoscenza è ciò che mi ha sempre fregato, il voler non fermarsi mai alle apparenze e di affondare nei dettagli, in ogni tipo di dettaglio possibile e immaginabile.
Mentre torno da Padova, dopo due giorni di insegnamento in università con dei ragazzi fantastici, mi rendo conto che il rumore del treno, con la musica in cuffia, rimane un lieve insieme di vibrazioni sotto ai piedi. Una specie di formicolio continuo che fa da linea di basso fissa ad ogni pezzo che mi sparo nelle orecchie, un po’ come quel rumore monotono che fa la cornamusa sotto la melodia suonata in canna. E a pensarci così, a quel suono, e a scrivere di suonare in canna, mi entra in testa l’effetto total relax di uno spinello di marijuana, ma di quella buona.
Chiudo gli occhi e butto indietro la testa sul sedile, trasportato dal mix di pensieri, di effetti e di vibrazioni continue, mi concentro su quello sguardo che ho in testa e che non va via. Quello sguardo che vorrei infilarmi come una maglietta troppo stretta per capire dove punta, e a cosa, soprattutto, punta.
Mi viene in mente la scena di Birdman con Edward Norton ed Emma Stone sulla terrazza del teatro a Broadway. Si scambiano silenzi, sguardi, frasi secche come in un quiz a botta e risposta, ciniche e maliziose allo stesso tempo. Un’atmosfera triste e frizzante nello stesso momento, come se stesse per arrivare un temporale improvviso. La scena più carica, sessualmente parlando, di tutto il film.
«Se non avessi paura… cosa ti piacerebbe farmi?»

Soundtrack: Robot Koch feat. John LaMonica – Nitesky
Source: Truth or Dare? (Birdman) 

truth or dare

STORIE DI RADIO (Parte Seconda)

La rividi circa un anno dopo, con mia grande sorpresa, andavamo con la scuola alla giornata di orientamento universitario per cominciare a chiarirci le idee sulle nostre scelte post maturità. Eravamo ancora una volta sullo stesso autobus. Quando salii a bordo e la vidi circondata dai suoi compagni di classe temetti di doverla affrontare lì, subito, davanti a tutti, in qualche modo. Dentro di me sapevo che prima o poi avrei dovuto farlo e questo mi faceva ancora più paura perché non sapevo come diamine avrei dovuto affrontare la situazione. Rimasi impietrito con lo zaino in spalla, per qualche secondo, fino a che le urla dei miei compagni di classe mi riportarono alla realtà.
«Siamo qui sopra. Sali!»
[…] Mi sentivo interdetto, non ci riuscivo, per tutto il viaggio cercavo di non pensarci per non farmi venire la tremarella ma ogni qualvolta mi trovavo a scendere per le scale lei era lì, seduta di fronte. Ci guardavamo da lontano e come ogni volta, magicamente i nostri sguardi s’incrociavano, poi, dopo un attimo, come due clandestini scappavamo da quel nostro fissarci a distanza, imbarazzati.
[…] Così a un certo punto presi coraggio, e tornai giù mentre l’autobus correva sulla statale. Mi sedetti sui gradini e cominciai a guardarla fino a che lei non se ne accorse e mi puntò incuriosita. Terrorizzato allora le sorrisi e le feci “ciao” con la mano. Pensai che di punto in bianco m’insultasse o che, peggio, mi fosse indifferente e si girasse dall’altra parte, mi passò anche per la testa che i suoi compagni si alzassero e come guardie del corpo mi picchiassero e senza saperne nemmeno il perché. Invece, in quel ronzare continuo del motore e tra le urla dei ragazzi la vidi salutarmi con lo stesso gesto, e mi sembrò che all’istante i suoi occhi diventassero più grandi.

(da “Ti Stavo Cercando” – bozza)

Ero già turbato di aver visto Emanuela così di soprassalto dopo un anno abbondante. Mi guarda. Ciao. Sbam.
Arriviamo a Catania e non capisco molto. Sono nel mio labirinto psicologico incasinato.
Entriamo in un grosso padiglione disseminato di tante associazioni studentesche universitarie, nel centro, e circondate dagli stand di varie facoltà.
D’improvviso mi ritrovo a pochi centimetri da Daniele, mio collega a Radio Antenna Iblea, ai tempi in cui facevamo le rockstar in quella radiolina fm locale. Mi era corso in contro fino a quasi inciamparmi addosso.
«Cazzo Ema – mi urla – c’è la radio! Andiamo a farci intervistare!»
Lo seguo un po’ controvoglia nel marasma di studenti finché non mi trovo davanti a uno studietto radiofonico approntato in uno stand. Vedo sull’insegna un fulmine rosso come logo e leggo “Radio Zammù”.
Mi pianto a guardare il mixer, un portatilino e un paio di microfoni. C’è un ragazzo poco dietro al banco di regia, scrive concentrato un computer. Oggi siamo colleghi, quando passo di corsa davanti agli uffici della redazione e programmazione musicale lui sta ancora davanti al computer ad ascoltare musica e controllare scalette.
Mentre sono nel mio mondo a fissare questa piccola-grande realtà mi vedo un microfono puntato alla bocca e una ragazza che velocissima e tutto d’un fiato mi chiede: «Ciao! Cosa ci fate qua ragazzi? Io sono Stefania e voi siete in onda su Radio Zammù, la radio dell’università di Catania!»
Mi inventai una risposta sul momento, forse troppo sincera e balbettante. Daniele era carico e impostò addirittura la voce, facendo una marchetta alla radio in cui lavoravamo. Ero imbalsamato. Mi è scattato qualcosa dentro.
Un anno dopo, in una notte di febbraio che non finiva più, passata sui libri prima di un esame, aprii un nuovo post sul forum di studenti che consultavo per beccare in anticipo le domande dello scritto. Scrissi in poche righe chi ero, cosa studiavo e che facevo il dj e la radio da un po’ di anni. “Siamo tutti ragazzi, con la musica dentro e tanto, tanto da dire… perché non ci interessiamo a mettere su una roba del genere??” scritto proprio con i puntini in mezzo e i due interrogativi alla fine. Inviai, e mi sentii più leggero, anche se non riuscivo a immaginarmi nulla. Senza sapere che da quel messaggio, da quel momento, un pugno di matti avrebbe seguito me e quell’idea fino alla morte.
Una cosa odiavo, ed era attendere. E ora che ci penso odiavo anche un’altra cosa: il caldo appiccicoso di Milano a luglio. Quel caldo che ce n’è pochi, di quelli che sudi anche da fermo, e si inzuppa di sudore anche il lenzuolo senza troppo impegno.
Fissavo il soffitto, dall’alto del soppalco, e mi concentravo sul rumore delle auto che entravano in Piazza Loreto, sotto la finestra enorme di camera mia.
Suona il telefono. Mi fiondo di sotto. Stacco l’alimentatore dalla corrente e schiaccio il tasto verde sotto la scritta Nokia, poi avvicino il cellulare all’orecchio e rispondo.
«Sono Lorenzo. Senti, è durata più del previsto ma… è passata in commissione! Ema! Facciamo la radio!»
Ero in mutande, ricordo che mi appoggiai al davanzale della finestra, fissai i 38 gradi lampeggianti sul megaschermo piantato al tetto del palazzo di fronte, dall’altra parte della piazza e poi mi guardai in basso. In silenzio, sicuro delle mie emozioni. Avevo appena avuto un’erezione.

Soundtrack: Eddie Vedder – Hard Sun

SoundsLab_Ema

STORIE DI RADIO (Parte Prima)

Boy scout. Riunione di squadriglia. Mio fratello aveva chiesto a Gianmarco, più grande di me di quattro anni, se avesse un secondo casco e se riuscisse a riportarmi in motorino a casa.
«Si, tranquillo» aveva risposto lui.
Finita la riunione Gianmarco mi si avvicina e dice «Ti riaccompagno tra un’ora, prima ho la diretta in radio. Anzi, vieni con me, oggi intervisto un pianista!»
La-diretta-in-radio. Parole sconosciute a un ragazzino di dodici anni.
Com’è fatta una radio? Cioè, da dove si fa? E’ il posto dal quale si entra nella testa delle persone tramite l’apparecchietto col manopolone impolverato in salotto e quello con le lucette e le scritte tamarre infilato dentro l’automobile?
Così, silenzioso e incuriosito, arrivo in radio: uno sgabuzzino al piano terra della sede scout, dentro i locali inculati agli edifici della chiesa. Tutto buio, un tavolo con un tappetino verde simile a quello da biliardo con sopra un mixer scassato, un asta fatta da due assi di legno e con in punta un microfono legato con del nastro adesivo. A lato avevo riconosciuto una piastra per cassette, doppia, un giradischi e un vecchio registratore a bobine, ancora funzionante. L’unico acceso e in movimento, lì dentro.
Alle pareti c’erano tantissimi 45 giri in vinile attaccati a mo’ di decorazione anni Settanta. Trash. Tutto molto trash.
Gianmarco abbassa a metà la tapparella, si ferma all’altezza del foro che faceva passare il cavo dell’antenna verso il trasmettitore. Accende un abat-jour, dà fuoco a una sigaretta, prende il posacenere pieno di cicche spente e stoppa la bobina che suonava. Silenzio. Buco. Apre con un dito lo sportellino della piastra, mette una cassetta e schiaccia play.
«Siamo in diretta» mi dice.
«E il pianista che devi intervistare? Dov’è?» gli chiedo.
«Sei tu! Suoni il piano tu, no?» Mi dice lui. Fa un tiro di sigaretta e mi piazza questo microfonino con un asta nana davanti alla bocca. Lo fisso, se parlo lì dentro – penso – la gente mi ascolta da casa. Il mio primo verso fu un tum tum delle dita che tamburellano sulla capsula e ssa ssa… si sente? Poi iniziammo a chiacchierare per un’ora intera. Parlammo e ascoltammo musica. Da quel tinello nasceva la magia. E non me lo sarei mai immaginato così. Wow.
«Radio Insieme?» Mi chiese mia madre quando tornai a casa, quella sera.
«Tuo fratello da piccolo passava le ore attaccato al telefono con quella radio, avevamo perso da poco un cane e lui continuava a richiedere una canzone che faceva “dove sei cagnolino…”. Lì in radio lo conoscevano tutti».
Guardando un album di foto ne avevo poi trovata una di lui, seduto su una credenza di legno, in calzoncini e calzetti bianchi, con un telefono azzurro all’orecchio. Parlava con il conduttore alla radio. Mi somigliava incredibilmente.
Da quel giorno iniziai a frequentare Radio Insieme e quando Gianmarco andò via continuai per alcuni mesi a fare quello che faceva lui. Due anni dopo, sull’autobus per andare a scuola, incontrai Stefano, che giocava con me da bambino, e mi disse che conduceva un programma a Radio Don Bosco. Altra chiesa, altra radio.
Questa era più grande, con gli studi puliti, le pareti sempre bianche, senza posacenere strabordante di mozziconi, con il vetro, l’archivio e il laboratorio pieno di apparecchi smontati. Restai a trasmettere lì fino a quando fui abbastanza grande da lasciare casa per trasferirmi.
Ci ascoltavano dalle piazzette e dai parcheggi, i nostri amici che si radunavano al pomeriggio, le ragazze venivano in studio a trovarci a sorpresa. Mangiavamo le pizze in regia alla sera e facevamo impazzire il direttore cancellandogli le preghiere notturne dalla programmazione per sostituirle con i nostri mixati di musica dance che poi ascoltavamo dalle nostre amiche quando avevano casa libera e facevano festa al sabato sera.
Avevamo dei concorrenti. Simone, Luca, Andrea, Massimo e Daniele conducevano i loro programmi nel nostro stesso orario. La loro radio si distanziava di mezza frequenza dalla nostra.
Così un giorno mi decisi e scrissi una mail. Ciao Simone, sono Emanuele di Radio Don Bosco. Tu vai in onda il mio stesso giorno e mi rubi gli ascolti. Vorrei conoscerti. Ero sicuro non mi avrebbe risposto. Loro erano bravissimi, non parlavano sui dischi, velocissimi, avevano le basi, le sigle e i jingles con il proprio nome.
Ciao Ema. So chi sei. Siete forti tu e Stefano. Io ho iniziato proprio in radio dove sei tu. Incontriamoci. Vieni a vedere la radio! fu la risposta, arrivata poco dopo.
Io, Simone e Stefano siamo amici ancora oggi, a distanza di molti anni. Abbiamo iniziato a fare radio insieme da quella mia mail in poi. Quella radio, Antenna Iblea, ci ha fatto crescere.
Il direttore era uno tosto. Oggi lo definirei un personaggione. La leggenda vuole che lui abbia insegnato a far radio a Fiorello quando era ancora un ragazzino. Lui ha sempre negato ma quando incontrammo Rosario allo stadio, una volta, loro si abbracciarono vistosamente facendosi le feste. Viveva praticamente in radio, mi urlava in faccia fai cagare, non sei cosa! e mi guardava in silenzio dalla porta dello studio, in pigiama e pantofole, quando andavo in onda. Solo dopo anni mi ha confessato «Minchia Nanè, tu eri forte. E infatti ora fai la radio a Milano!».
Quando riusciamo, d’estate, facciamo ancora una cena tutti insieme e adesso lui ha altri giovani a cui urlare fate cagare! ma il tempo e l’età lo hanno un po’ smussato. Adesso si emoziona a vedere che ci sono ancora ragazzi con la voglia di trasmettere le loro passioni, quel qualcuno che non sa mettere bene in fila le parole per l’emozione ma ci mette comunque tutto se stesso.

Soundtrack: Memo Remigi – Dove Sei Cagnolino

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RICORDI IN PICCIONAIA

L’una passata, adesso non ho bene in mente i minuti, che potrebbero essere sei o dodici e ventiquattro perché guardo le lancette dell’orologio e le vedo abbastanza sfocate.
Questo perché di giovedì mi mandano a Roma e mi fanno tornare da Roma, venerdì inizia il festival delle radio universitarie e dura sabato e ancora domenica. Poi inizia una settimana intensa e non ne trovo nemmeno uno, di minuto, per fermarmi e respirare.
Sono felice anche se non riesco a mettere insieme delle parole, una dopo l’altra. Quando si è talmente stanchi, ho imparato negli ultimi anni, non si riesce a gestire il proprio corpo come si vorrebbe. Diciamo che lui impazzisce e fa praticamente tutto quello che vuole e tu diventi una sorta di vittima all’interno di una scatola che non funziona tanto bene.
Sono felice perché sono stati giorni che mi hanno fatto emozionare, sono giorni vissuti con quegli amici che stanno stretto contatto con me, nel lavoro e nella passione di tutti i giorni e giorni vissuti con quegli sconosciuti di cui sai già non imparerai mai bene il nome ma che chiami con uno sguardo e sai che ne otterrai risposta con un altro, senza imbarazzo alcuno. Sono emozionato da queste esperienze, seppure strane, che mi arricchiscono di storie, di parole, di profumi e di suoni che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti.
Sono le emozioni dei giorni in cui Milano è la città delle radio di Italia, d’Europa e anche un po’ di tutti gli altri. In sei giorni sono arrivati, hanno sfiorato la città per poi fuggirne, tutti questi sconosciuti dai nomi strani che fanno di una passione personale un mondo intero che a trovarcisi in mezzo è una sorta di sogno che si riesce a toccare.
Perché nei sogni abbiamo sempre la percezione che sia tutto reale, anche la cosa più impensabile. Quando si dorme di solito si sogna l’inverosimile che però in quel momento è più concreto che mai. L’inverosimile forse non esiste, così come il caso non esiste, perché comunque è tutto reale. Diventa tale ai nostri occhi perché è ciò che realmente vogliamo.
Sono felice perché riesco ad emozionarmi come se di anni ne avessi appena 15 e la radio fosse ancora quel sogno inverosimile. Poi mi rendo conto che di anni ne ho un po’ di più e la radio qui è diventata un lavoro. Riusciamo a farlo bene, questo lavoro, ma riusciamo a farlo meglio quando ci sforziamo di inserire nel calderone quell’ingrediente segreto, come nella ricetta della Coca Cola. Quell’ingrediente che solo noi abbiamo dentro, noi che ci siamo incontrati in questi giorni, che siamo tanti e siamo più di quanto avessi mai potuto immaginare. Insieme facciamo più di quanto il prestigio del lavoro fa da sé. Forse perché quello, il lavoro, è diventato un’abitudine, ed è come nell’amore: quando ci si abitua poi si finisce per perdere lentamente ogni cosa, ogni valore, e a disinnamorarci.
Sono stanco perché non mi fermo un attimo, e ci guadagno gloria, stima e tanti grazie che appendo al muro e rileggo ogni giorno. Ma principalmente, dalla fatica, ci guadagno me, una persona che non conosco ancora abbastanza ma che percepisco di continuo anche se la incontro raramente.

Mentre mi guardo un mano, nera per aver avvolto troppi cavi e la passo sui jeans impolverati della calce sul pavimento dello studio, sento che il formicolio mi invade come se ritornassi totalmente in me, nella foto di Marty in Ritorno al Futuro, e la stanchezza dell’una di notte di ieri, mentre farneticavo romanticamente di essere felice ed emozionato, pian piano sta svanendo.
Ne uscirò in barella da qui continuo a ripetermi da un po’ di giorni, ma sono consapevole di essere ancora vivo quando mi guardo attorno e vedo i miei amici seduti qui accanto, in piccionaia, ad ascoltare storie di radio in tutte le lingue del mondo.
Forse non ti amerò per sempre ma finché avrai stelle sopra di te non hai bisogno di dubitarlo. Solo Dio sa cosa sarei senza te mi risuona in testa, mentre rimbomba nella cattedrale, la canzone dei Beach Boys che Helen Boaden manda in chiusura del suo intervento dal palco. Se per ogni grande evento dev’esserci una colonna sonora che la firma, forse a sto giro l’abbiamo trovata proprio alla fine di tutto. E la canto a voce alta, mentre ciondolo con le spalle al muro, come fossi il pendolo dell’orologio che va a tempo di musica.
Sono felice di rincontrarmi ogni tanto, di sentirmi davvero io. Sono felice di aver fatto due passi con me, in questi giorni, nella città delle radio.

Soundtrack: The Beach Boys – God Only Knows

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